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Rita, dall’incubo anoressia ad un libro per rinascere

Rita Losco

MONTERFORTE IRPINO (Nello Lauro)-  La realtà supera sempre la fantasia. La vita di Rita Losco, 49 anni, di Monteforte Irpino è un romanzo reale, tremendamente reale. Anoressia, elettrochoc, tentativi di suicidio, morte vista con gli occhi, solitudine, amicizie e parenti perduti, la cattiveria e il giudizio degli altri, l’inesistente fiducia nei medici, la mamma portata via dal cancro. Capitoli su capitoli, con l’anoressia come denominatore comune, di una esistenza travagliata e difficile. Sempre al limite e anche oltre. Trentacinque anni di una malattia prima non capita, poi combattuta, quasi persa, alla fine accettata. Si racconta così la donna irpina che ha presentato al circolo culturale antiviolenza “Voci di Donne” a Cicciano, in provincia di Napoli, il suo libro “Non guardatemi così” (scritto con Francesco Perrillo della Arpeggio Libero). Un racconto toccante, triste e doloroso di una donna che ha accettato la sconfitta dalla patologia e ci convive ogni giorno. “Con la mia esperienza voglio essere di aiuto per quelle ragazze e per quelle mamme che iniziano a vivere la malattia: la mia non è stata diagnosticata in tempo, ora si può fare di più, molto di più, fin dai primi segnali che compaiono in un’età difficile. Meglio parlare, dire le cose, farsi aiutare da chi come me la vive da anni” dice Rita. Un mostro da tenere lontano dai bambini, un mucchietto di ossa, una drogata, una donna troppo “antiestetica” per poter lavorare e oggi costretta a vivere con una pensione da 220 euro al mese da invalida e i pochi proventi che arrivano dal libro. Frammenti vividi di una odissea cominciata anni fa e mai risolta. Una donna che odia mangiare (“mi vedevo con le gambe enormi”) e che ama lo sport: è una ex maratoneta con oltre 250 corse disputate e alcune anche vinte. “Ora il mio fisico non me lo permette più, ma cammino tutti i giorni”, metafora di uno spirito guerriero con il quale affronta quella che per lei è diventata una missione, quella di aiutare le persone e non subire le umiliazioni e le situazioni borderline. Rita ne racconta tante, come quando ad Avellino una donna le disse: “Lei è anoressica? Faccia come mia figlia, tolga il disturbo: si impicchi”. La sua ormai inesistente fiducia nei medici: “Ora ne so più di loro, mi hanno sempre trattata da cavia”. “La mia era una famiglia che stava bene-continua- ora non più” a causa di numerosi consulti e visite costose, tra cui 17 elettrochoc che l’hanno in pratica “resettato” costringendola a reimparare a scrivere, leggere, camminare. Ma che non hanno cancellato il suo “odio” per il cibo. Un “mostro” che le ha portato via anche amicizie e parenti stretti (vive con il papà e una zia): “Prima tutti a casa mia, ora non viene più nessuno”. Una situazione acuita dalla morte della madre per tumore: “Prima di morire mi chiese di cominciare a mangiare: non l’ho fatto. E’ un mio rimorso”. Con lei la decisione di mettere nero su bianco i pensieri e le sensazioni di una malattia che le ha cambiato la vita e che ora cerca di spiegare con il suo libro in diverse tappe (presto sarà anche presentato nelle scuole). Perché la vita non sempre è un romanzo a lieto fine.


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