Un libro sulla faida di Quindici, Sperandeo racconta la camorra nolana e irpina

Giovanni Sperandeo (a sinistra) premiato da Ottavio Lucarelli

Giovanni Sperandeo (a sinistra) premiato da Ottavio Lucarelli

 

Giovanni Sperandeo, giornalista e scrittore di Lauro, è stato l’anno scorso insignito della menzione speciale nel corso del Premio Giancarlo Siani; l’onorificenza gli è stata tributata per il suo primo lavoro letterario, il libro ‘La faida’ in cui racconta lo scontro tra i due sodalizi criminali, che da anni insanguina il Vallo. Due clan, i Cava ed i Graziano, che allungano i tentacoli dei propri interessi illeciti anche sull’area nolana. A Sperandeo, che collabora con il quotidiano Il Mattino e con Radio Rai, Cactus ha fatto domande su “La Faida” e sul mestiere di cronista di ‘nera’.

 

Il tuo primo libro si intitola ‘La faida’: Cosa racconta? 
“Con la “scusa” di ricostruire lo scontro a fuoco trentennale tra Cava e Graziano, uno dei più cruenti d’Italia consumato tra i clan più vecchi della Penisola, ripercorro a grandi linee la nascita e lo sviluppo della camorra in provincia di Avellino, cercando di far capire alla società civile che purtroppo in Irpinia la criminalità organizzata è presente da almeno trenta anni. La prima azienda “camorrizzata” non l’hanno inventata i casalesi per i rifiuti ma gli avellinesi con il cemento per il post terremoto. La nostra provincia ha il primo comune d’Italia sciolto per infiltrazione camorristica, prima dell’esistenza della normativa specifica, e l’unico esempio di boss che diventa sindaco, eletto mentre è detenuto per omicidio (si tratta di Quindici nda). In più, mettici che la maggior parte degli scontri a fuoco tra i due clan sono degni della migliore fiction….”.

 

Sono trascorsi quasi 11 anni dalla ‘strage delle donne’. Era il 27 maggio 2002, si incontrarono ed affrontarono le donne delle due cosche. In tre furono uccise. Quell’episodio ha segnato (e cambiato) la società del Vallo e gli equilibri criminali?
“Ha fatto in modo che le Istituzioni prestassero attenzione ad un atavico problema, facendo partire poi le maggiori inchieste che hanno portato in carcere quasi 100 persone. Secondo voi è normale che i criminali possano sparare all’impazzata per strada alle otto di sera di una domenica primaverile, giorno nel quale vi sono le consultazioni per le comunali? Mi sembra l’atmosfera di quartieri o paesi degradati e piegati alla malavita. Siamo questo?”.

 

Da 15 anni racconti la cronaca e la giudiziaria del Vallo di Lauro, hai mai ricevuto minacce ed intimidazioni?
“Minacce mai, se no le avrei denunciate. Sguardi intimidatori, alcuni, subito abbassati dallo sguardo di chi è fiero e fa con coraggio il proprio dovere e il proprio lavoro. Non può esserci paura in questo. Alcuni parenti di nominati nel libro si sono lamentati, ma erano lamenti dovuti alla paura di ritorsioni (per loro). Altri sono andati dall’avvocato dopo la pubblicazione del libro con la volontà di denunciarmi. L’avvocato ha risposto “picche”, motivandolo ovviamente”.

 

Gli uomini dei clan del Vallo sono attenti alle cronache giornalistiche? Vogliono ‘comparire’ sui giornali?
“Sanno che il giornale come la galera è uno dei “posti” dove vanno a finire. E’ una vetrina nota per loro, tanto che alcuni hanno anche l’abbonamento ad alcuni quotidiani”.

 

Qual è il nuovo ‘vertice’ dei Cava e dei Graziano?
“Oggi non c’è un leader vero e proprio fuori. I fili li muovono i vecchi boss, quelli detenuti, e questo spiega anche perché alcuni sono al 41 bis. Fuori c’è ancora qualche affiliato ma non è ben organizzato e nemmeno “creduto”, visti i numerosi arresti. La gente che finalmente ha cambiato testa, decidendo di collaborare e denunciare le estorsioni, comunque aumenta di giorno in giorno”.

 

I pentiti stanno distruggendo la camorra del Vallo o non hanno scalfito i due sodalizi? Che significato ha il pentitismo in una camorra come quella irpina?
“La camorra quindicese è strutturata come le ‘ndrine calabresi, formata per la maggior parte da parenti, quindi un pentito ha un gran valore, perché disgrega la famiglia centrata sull’attività criminale. Perché, in questo caso, parliamo di famiglie di camorristi alla base dei clan”.

 

I punti di contatto tra Cava-Graziano ed area nolana ci sono. In che settore?
“I Graziano non hanno influenza nell’area nolana. L’hanno avuta in passato, negli anni precedenti alla Nuova camorra organizzata ma era un interesse non criminale, del tipo di “guapparia”. I Cava hanno avuto grandi interessi criminali nel nolano per la solida alleanza con i Fabbrocino e gli ottimi rapporti con i Russo. Oggi, qualche soggetto che gravita nell’area Cava, si muove per far propria la zona di Nola che, vista la grandezza e la ricchezza del territorio, fa gola”.

 

Hai ottenuto una menzione speciale al premio Siani. Che significato ha per te, giornalista ‘di camorra’, la morte di Giancarlo Siani.

 

La menzione speciale ricevuta al Premio Siani per me è un riconoscimento al mio lavoro, non solo per li libro, molto importante. Siani rimane un esempio per tutti noi che abbiamo quest’impegno con la gente di dire e scrivere la verità per migliorare il nostro mondo. Però la morte di Siani rappresenta anche un monito per i giornalisti d’inchiesta: è sempre un lavoro difficile e, nostro malgrado, solo le tragedie ne esaltano l’impegno. Chiedo un’attenzione particolare per tutti i giornalisti minacciati. La voce della verità non può essere spenta dalle mafie”.

 

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