Accuse Fiat, il vescovo di Nola risponde: “Violento chi nega speranza”

NOLA- “Amareggiato e scosso”. Chi ieri cercava una dichiarazione ufficiale del vescovo di Nola sulle dichiarazioni di Giuseppe Figliuolo, responsabile dello stabilimento Fiat di Pomigliano che lo ha definito “involontariamente dalla parte dei violenti”, non ha avuto risposta. Padre Depalma non ha ancora risposto ufficialmente alla dura lettera riferita alla sua partecipazione solidale ad una manifestazione ai cancelli del “Vico” lo scorso 15 giugno. In una lettera al Mattino ha però sottolineato di essere meravigliato dalla reazione rabbiosa nei suoi confronti: “La gravità dell’accusa che mi viene rivolta – ha affermato – pretende una risposta altrettanto pubblica. No, dottor Figliuolo, io non sto dalla parte dei violenti, né volontariamente né, come dice lei, involontariamente. Le dirò di più: la Chiesa non conosce la parola contro, né tantomeno, nelle vicende sociali, assume posizioni pregiudiziali a favore dell’una o dell’altra parte. Un vescovo, un pastore  non è un dirigente d’azienda: quando vede e sente uomini gridare, ha l’obbligo morale di andare a vedere e sentire con i suoi occhi e con le sue orecchie. Non può girare la faccia, non può fare calcoli prudenziali, non può pensare al proprio tornaconto. Deve andare. È suo preciso dovere esserci, perché nessun uomo e nessuna donna possa dire “sono rimasto solo”. “Opera davvero violenza chi nega la speranza negando prospettive di futuro alle persone e alle famiglie. Dottor Figliuolo, egregio direttore: la Chiesa ha una sola preoccupazione: che le famiglie non perdano il salario. E proprio perché conosco la complessità dei problemi, ho spesso incoraggiato le organizzazioni dei lavoratori a dare credito e fiducia ai piani dell’azienda“.

Ecco il testo integrale della missiva:

Gentile direttore,

 

il suo giornale, ieri, ha pubblicato una lettera privata inviatami qualche giorno fa dal dottor Giuseppe Figliuolo, responsabile dello stabilimento G.B. Vico di Pomigliano d’Arco. Non è mia intenzione aprire polemiche a distanza sui singoli aspetti da lui sollevati, credo anzi che solo le relazioni personali, faccia a faccia, possano chiarire le diverse posizioni e consentire di superare pregiudizi ed equivoci. Ci tengo dunque a dire subito che accetto l’invito del dottor Figliuolo a visitare lo stabilimento da lui diretto, nei tempi e nei modi che riterrà di comunicarmi. In quella sede spero di avere l’opportunità di un confronto franco e diretto.

Tuttavia, la natura pubblica che la vicenda ha assunto, e soprattutto la gravità dell’accusa a me rivolta, pretende una risposta altrettanto pubblica. No, dottor Figliuolo, io non sto dalla parte dei violenti, né volontariamente né, come dice lei, “involontariamente”. Le dirò di più: la Chiesa non conosce la parola “contro”, né tantomeno, nelle vicende sociali, assume posizioni pregiudiziali a favore dell’una o dell’altra parte. Proprio la vicenda-Fiat è emblematica dello stile che ho cercato di assumere: provare sempre, in ogni circostanza, anche la più burrascosa, a mettere le persone intorno allo stesso tavolo. Lavoratori, azienda, politici… Siamo tutti sulla stessa barca, è questa la mia ferma consapevolezza.

Ma un vescovo, un pastore, non è un dirigente di un’azienda: quando vede e sente uomini gridare, ha l’obbligo morale di andare a vedere e sentire con i suoi occhi e con le sue orecchie. Non può girare la faccia, non può fare calcoli prudenziali, non può pensare al proprio tornaconto. Deve andare. È suo preciso dovere esserci, perché nessun uomo e nessuna donna possa dire “sono rimasto solo”.

È questo un gesto di complicità con i violenti e la violenza? O è complice chi non c’è, chi si assenta, chi si nasconde dietro le proprie intoccabili e solide rendite di posizione? Il mio “esserci”, a Pomigliano, a Tufino, a Boscoreale, ovunque ci siano persone con delle domande da porre, non è mai un atto politico, ma è sempre un atto di solidarietà umana e cristiana di cui sento, oggi come nel mio primo giorno di sacerdozio, un profondo bisogno interiore.

Credo che oggi, in questo tempo così difficile, i complici dei violenti siano tutti coloro che stanno rinchiusi nei loro fortini sperando che la burrasca passi senza bagnarli. Chi non si mette in gioco in prima persona per evitare che il disagio assuma derive davvero pericolose e tragiche. Opera davvero violenza chi nega la speranza negando prospettive di futuro alle persone e alle famiglie. Dottor Figliuolo, egregio direttore, la Chiesa non è “contro”, la Chiesa è “con” le persone e “per” il lavoro. La Chiesa ha una sola preoccupazione: che le famiglie non perdano il salario. E proprio perché conosco la complessità dei problemi, ho spesso incoraggiato le organizzazioni dei lavoratori a dare credito e fiducia ai piani dell’azienda. Ribadisco: siamo sulla stessa barca, io, lei e questa splendida terra.

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