Sul viadotto della morte: il fotoracconto

20130728_215325di Nello Lauro e Bianca Bianco

MONTEFORTE IRPINO- Come te lo immagini l’inferno? Da stasera forse avrà questa immagine per noi che siamo stati al km 33 della A16 Napoli-Bari. Su questa lingua di asfalto che ha inghiottito oltre 40 persone ed ha spezzato la vita di almeno 39 (ma il bilancio è ancora provvisorio). Ore 21 di una caldissima domenica di luglio, una telefonata: “E’ caduto un autobus dal viadotto, a Monteforte”. Saltiamo in macchina, ci si può arrivare dal casello di Baiano, l’incidente è sull’altra carreggiata, direzione Napoli. Una corsa con il cuore in gola, sappiamo già che ci attende una tragedia. Fermiamo l’auto su una piazzola, scavalchiamo il guard rail e siamo lì. Sul baratro. Davanti a noi non c’è più la protezione di cemento del viadotto, cinquanta metri volatilizzati. Sono precipitati insieme all’autobus di turisti che da Telese tornava a Pozzuoli. Davanti a noi solo silenzio e la sensazione di sfiorare la morte. Sotto di noi, a trenta metri, ci sono i corpi straziati di gente che tornava a casa da una vacanza; ci sono bambini ed anziani. Vite volate dal parapetto squarciato come una scatola di sardine. Siamo i primi giornalisti sul posto, non è un primato che ci lusinga. E’ solo l’occasione per vivere questa tragedia dalla prospettiva di chi è scampato alla morte, decine di automobilisti miracolati. Per alcuni le auto si sono trasformate in birilli miracolosamente rimasti sulla strada e non finiti nella scarpata. Alcune vetture, ne contiamo sei, sono semidistrutte, altre portano segni di un tamponamento. Tutti quanti hanno assistito alla tragedia sono sotto choc. “Ho visto l’autobus cadere, mi sono affacciata, erano solo lamiere. Vedevo muoversi le gambe della gente intrappolata. Ho visto una bambina, spero sia viva” racconta una donna appoggiata alla sua auto. I racconti sono tanti, tutti recitati come un rosario: a bassa voce. Come a non voler disturbare il lavoro dei soccorritori. O forse il sonno eterno di chi è sotto quel maledetto viadotto. “Quell’autobus mi precedeva, io mi sono accorto che qualcosa non andava, forse problemi ai freni- dice un ragazzo. “Mi ha preso in pieno, devo ringraziare se sono qui vivo- gli fa eco un uomo che tiene stretto il guinzaglio del suo cane. Parlano dell’autista come di un eroe: “Ci ha salvati lui- dice un uomo robusto in short- Ci ha scansati… Non ha potuto salvare se stesso e chi era con lui…ma ha salvato noi”. Una ragazza bionda fasciata in un abito verde smeraldo fissa il vuoto e si appoggia al suo compagno.I suoi occhi valgono più di mille scatti. Come quelli della donnina anziana, che sembra possa spezzarsi da un momento all’altro, ha un braccio rotto e non riesce nemmeno a stendersi sulla barella. E’ un fascio di nervi. I ragazzi del 118 l’accarezzano con parole dolci. I loro colleghi sono giù a fare la conta dei morti, loro sono qui a dare sollievo a chi ha riportato solo ferite lievi. Come il bimbo spaventato con mamma e papà, per loro solo qualche graffio. Vigili del fuoco e polizia lavorano anche da sopra (grazie ad una gru) in un silenzio spettrale rotto dai racconti sommessi di chi ha visto, di chi ha guardato, di chi non dimenticherà. Calpestiamo un tappeto di vetri e pezzi d’auto, un fazzoletto intriso di sangue, le chiavi di una casa, un orsacchiotto. Le valigie di chi tornava dalle vacanze. Calpestiamo una quotidianità cristallizzata dalla morte. Non parliamo. Documentiamo in silenzio, lo sguardo dei poliziotti è severo ma non ci fermano. Riesce a fermarci solo un omino appoggiato al parapetto di cemento. Testa canuta e volto ferito dalle rughe. Piange, guarda in basso e prega. Prega per loro, laggiù in quell’inferno di rovi. Piange per noi tutti, testimoni di una tragedia. Lo guardiamo ed andiamo via. Bisogna scrivere.

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