I 12 castelli di “cartapietra”, le fortezze dimenticate dell’ager nolanus- l’inchiesta

Castelcicala

Castelcicala

di Bianca Bianco 

“Oddio, ma cos’è quello?”. L’amica che è in macchina con me indica il castello di Avella. Non è di Milano, non è di Gorizia, né straniera. L’amica che mi accompagna è dell’area vesuviana, vive a  poche decine di chilometri dal Baianese ma non conosce, né ha mai visto su internet, tanto meno visitato, quella fortificazione che domina la valle del mandamento, a dieci chilometri da Nola. “E’ meraviglioso, ma cos’è?” continua a chiedermi stupefatta. La risposta è pronta, sono abituata a sentire le domande di chi, pur vivendo ad un tiro di schioppo dalle meraviglie dell’area nolana, non ne ha mai sentito parlare. “E’ il castello di Avella” spiego. E le racconto a grandi linee la storia, cercando rapidamente di sopperire a decenni di cultura inascoltata e calpestata. Non è così solo per il castello della cittadina archeologica. Oggi i dodici castelli che erano posti a guardia del territorio nolano sono poco più che un ammasso di ruderi, a volte, in altri casi monumenti all’incuria ed all’abbandono. In altri ancora preziosi scrigni utilizzati per tutt’altro scopo rispetto alla valorizzazione del turismo o già solo della storia locale. In alcune di queste fortificazioni oggi puoi trovarci, se ti arrischi a improvvisarti turista, fieri pastori a guardia delle loro greggi, o ragazzini armati di birre e patatine che entrano senza alcun controllo o filtro nei siti. Trovi pascoli anche sui ruderi del dimenticato Castello del Litto a Mugnano. Trovi erbacce ed abusivismo a Castel Cicala, lì dove nacque il filosofo Giordano Bruno. Trovi il deserto attorno e dentro la casa fortezza di Cicciano, monumento che ormai esiste solo sulla carta ma non nella attenzione delle amministrazioni e dei cittadini. Trovi  i ruderi a Roccarainola, difficili da raggiungere, circondati da terreni e dal rischio di abusi edilizi. La mappa delle fortificazioni dell’ager nolanus è ampia, parte da Acerra, passa per Somma Vesuviana e San Felice a Cancello, finisce a Mugnano. Ma è una mappa che solo gli addetti ai lavori ed i veri cultori del patrimonio storico artistico locale conoscono. Perché, al solito, è fuori, maledettamente fuori, dai circuiti del turismo regionale. Figuriamoci nazionale. I castelli, con la loro storia, la loro valenza, le loro vite passate, il ruolo che ebbero per le civiltà di un tempo, non riscuotono nessun interesse per chi dovrebbe o vorrebbe promuovere la cultura del territorio. Nel Nolano è così. Basti pensare a Castel Cicala. A Cicala c’è la fortificazione simbolo dell’Agro nolano, ma non c’è un progetto serio di recupero. Quello che c’era, che aveva promesso una pioggia di fondi (in realtà su tutta l’area) è naufragato inesorabilmente. Era il 2009, al governo della Regione Campania c’era Antonio Bassolino, Gianfranco Nappi aveva la cruciale delega al turismo ed ai beni culturali. Calò una manna sul territorio: il decreto dirigenziale della regione Campania n. 719 del 2009, chiamato “Piano strategico di valorizzazione dei beni culturali ed ambientali dell’area nolana, prevedeva uno stanziamento succulento, da 21 milioni di euro. Di questi, 4,5 milioni di euro per il restauro del castello di Cicala, e, correlati, 5 milioni di euro per la messa in sicurezza della collina ed il ripristino dei sentieri che da Castelcicala si dirigono a Casamarciano, Visciano e San Paolo. Quello che è successo di quei 21 milioni di euro è storia: “distratti” dall’obiettivo iniziale e utilizzati per la bonifica del litorale domizio. Da queste parti sono rimaste solo le briciole, fondi ottenuti dai pochissimi comuni che hanno fatto ricorso al tar (Marzano, Mugnano e pochi altri). In attesa della sentenza del Consiglio di Stato. Venuti a mancare i soldi, è mancato anche il recupero di Cicala, che oggi è una bellezza sfuggente. Un luogo in cui avrebbe avuto i natali Giordano Bruno, ma che non apre mai, ha un planetario aperto una tantum e solo grazie agli sforzi dei soliti volontari della cultura locale, ha un patrimonio naturalistico come i sentieri sconosciuto e dimenticato. Castelcicala, con il suo principe ed i suoi monaci, il suo borgo senza servizi e la sua inaccessibilità (per scattare qualche foto noi abbiamo dovuto penosamente scavalcare un muro), è un monumento alla incapacità di gestione dei beni culturali. Un esempio è il quasi defunto Parco letterario Giordano Bruno, presieduto da Alfonso Porciello, progetto siglato nel 2004 con la Provincia, oggi sfumato. Lui stesso spiega: “La chiesa a Cicala apre solo il 13 di ogni mese, per la messa”. Bisogna avere la fortuna e la voglia di trovarsi il 13 del mese a Nola per potere conoscere i suoi segreti. L’intervento per CastelCicala era bello e pronto:il recupero del torrione, preservando l’autonomia dei monaci, il recupero di una favolosa sala conferenze con vista sullo spettacolare Vesuvio. Tutto inserito in un percorso che avrebbe portato turismo e attività ricettive su questa collina.   Segreti alla luce del sole a Roccarainola, dove dell’antico maniero restano solo ruderi tra i terreni terrazzati del Monte Majo. Per arrivarci serve scarpinare, arrivarci significa trovarsi dinanzi a misere pietre. Attualmente alcune delle torrette sono utilizzate come vani di deposito o sono completamente piene di detriti; le condizioni statiche sono precarie, ma, ed è questa la buona notizia, ci sono i fondi. Quattrocentomila euro di fondi regionali che il Comune vuole utilizzare per creare una sorta di parco archeologico, espropriare un fondo, salvare il salvabile. Il progetto è esecutivo e cantierabile ma, al solito, i soldi non arrivano. Quindi è tutto fermo, ed anche il sogno del sindaco De Simone di creare un’area archeologica composita, che comprenda anche gli scavi di Cammarano, è utopia. Su questi ruderi dovrebbero peraltro lavorare anche gli archeologi di Apolline Project che hanno già portato alla luce gli scavi di Cammarano. Ma senza soldi non si cantano messe. Come a Mugnano del Cardinale, dove i soldi ci sono per il castello, o meglio c’erano, ma il Comune ha preferito utilizzarli per il recupero dell’educandato di Maria Cristina di Savoia, accanto al santuario di Santa Filomena. Così un altro progetto cantierabile ed esecutivo è sfumato, ed un altro castello perde la sua identità nella memoria collettiva. Quando non li si abbandona, non li si sa sfruttare invece. Come ad Avella, che ha il maniero meglio conservato tutt’ora oggetto di lavori (350mila euro recentemente stanziati per la pavimentazione della cavallerizza). Si restaura e si preserva, ma il luogo non è per niente fruito. Non da turisti (per carità), ma neanche dai cittadini (se non per le merende pasquali e affini). Nola, Avella, Rocca, Mugnano, sono gli esempi eclatanti. Poi ci sarebbe da parlare di cosa esiste ancora del castello di Cicciano, di come è stato restaurato quello di Acerra, di come viene sfruttato il castello D’Alagno a Somma vesuviana etc. Oggi le fortificazioni sono solo le testimonianze senza vita di un passato che nessuno ricorda o vuole studiare. Sono pietre su pietre che fissiamo incantati nelle giornate terse e dimentichiamo gli altri giorni, quando magari visitiamo altri luoghi, altre spoglie, altri ricordi, di luoghi distanti da noi. Siamo distanti anni luce dal parco archeologico della Terra dei castelli in Friuli. Qui le Ammistrazioni Comunali di Attimis, Faedis e Povoletto già da alcuni anni lavorano alla costruzione del Parco che con delle iniziative che mirano al ripristino ed all’utilizzo dei Castelli presenti sul territorio intendono dare nuovo impulso alla cultura e all’economia, soprattutto quella turistica, della zona. Un sogno dal profondo nord, cinque castelli uniti a un percorso turistico nell’arte medievale che consente anche di conoscere le bellezze naturalistiche e le proposte enogastronomiche locali. Un sogno realizzato. Ma lì siamo al Nord.

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