Rush, una vita a 300 all’ora, vivere o morire

di Pasquale Diglio (MaiDireCalcio)

Parlare di motori è sempre difficile. L’articolo di qualche giorno fa ne è la dimostrazione. Si può fare un bel film, una pietra miliare o un tonfo pazzesco. Rush prometteva di essere il primo. In ritardo di una settimana ho assistito alla sua proiezione e non posso che confermare il fatto che sia un film da vedere, rivedere, acquistare in DVD e idolatrare.

Ron Howard colpisce ancora. Il suo è un film straordinario. Talmente bello da confondere lo spettatore e da costringere il sottoscritto a trattarlo per segmenti.

1. La storia

La storia raccontata nel film è quanto di più avvincente ci possa essere. Il Mondiale del 1976 è stato esaltante, drammatico, avvincente ed emozionante. C’è chi ha portato a casa un titolo e chi invece ha rischiato di morire. La vita dei due protagonisti viene messa a nudo. Le loro debolezze, le loro paure, tutto viene mostrato allo spettatore, niente viene tralasciato. La tragedia del Nurburgring è l’inizio della fine, il fatto centrale del film, il punto in cui tutto smette di essere normale e comincia ad appassionare sempre più. Gli amanti dei motori troveranno, anzi ritroveranno, tanti momenti molto spesso visti solo in immagini sbiadite alla tv, i meno interessati ai mezzi meccanici, invece, troveranno un vero e proprio film divulgativo, non della storia in se per se, ma dello spirito che pervadeva le corse negli anni 70, 80 e 90, e che oggi si è quasi completamente perso. La storia parte quando entrambi gareggiano nelle serie minori, e già li si danno parecchie sportellate. Lauda per primo fa il salto nel mondo della F1, seguito da Hunt con la bianchissima auto della scuderia Hesketh, colorata unicamente dalle bandiere dell’Inghilterra e dall’immancabile “Teddy Bear”. I due vanno avanti per parecchio, finchè Lauda non arriva in Ferrari e vince il Mondiale. Hunt è scottato ma si propone di migliorare l’anno successivo, ma i soldi in casa Hesketh sono finiti e Hunt resta senza auto. Lo chiamerà la McLaren e lui si farà trovare pronto. Siamo nel 1976, l’anno in cui accadde di tutto. Fatto centrale della vicenda è il terribile incidente di Lauda. Il suo corpo tra le fiamme. I piloti che, in un atto di coraggio immenso, cercano di strapparlo dalle fiamme. La corsa in ospedale, i terribili segni sul suo corpo e nella sua anima. Segni che lo spingeranno a ritornare in auto solo 42 giorni dopo. Chi lo vide arrivare in pista pensava di aver visto unfantasma, nessuno sperava in un suo pieno recupero, figurarsi a rivederlo camminare in così poco tempo. Lauda entrò nella leggenda.

2. I personaggi

Due divi, in due modi completamente diversi. Hunt, spaccone, rubacuori, sfascia auto, innamorato di se stesso e presuntuoso oltre qualsiasi limite. Lauda freddo, calcolatore, spietato, anche verso se stesso, e assolutamente votato alla vittoria. I due piloti più rappresentativi degli anni 70 sono resi alla perfezione. Le loro manie, le loro battute, i loro caratteri. Tutto viene interpretato al meglio, nulla è lasciato al caso. Anche i personaggi secondari non sono da meno, troviamo un Clay Regazzoni molto somigliante, un giovanissimo Luca di Montezemolo ai box, emanazione diretta del “Drake” Enzo FerrariMauro Forghieri, storico capo del settore sportivo Ferrari, e il bizzarro Lord Hesketh, playboy, imprenditore e latifondista, scopritore del talento di Hunt “The Shunt” e iniziatore di quello che sarebbe oggi diventato il Circus. Fu lui infatti ad introdurre il glamour ai box. Erano troppo avanti, arrivavano inRolls Royce, traboccanti di donne e champagne, si piazzavano nella pit lane e lì partiva la festa. Erano pazzi ed eccessivi. Come Hunt, pazzo in pista ed eccessivo nella vita.

3. Gli attori

Come sempre i casting hollywoodiani sono sempre molto riusciti. Chris Hemsworth e Daniel Brühlsembrano davvero le copie precise dei due piloti che interpretano. Brühl in particolare riesce a rendere l’immagine perfetta di Lauda. Oltre ad assomigliargli molto anche fisicamente, lo mima in tutti i suoi atteggiamenti, rendendo la recitazione molto accurata. Nota stonata sono i doppiaggi, un Lauda che perde l’accento austriaco è molto poco credibile, accento che ha invece nel doppiaggio originale. I due napoletanissimi guidatori di una Lancia 2000 stonano un po’ con la location trentina, insomma, è un po’ difficile trovarli all’estremo Nord dell’Italia, Howard scade nel solito clichè, vedendo l’Italia come“pizza, sole e mandolino”.

4. Le auto

Perfette, straordinarie, un assortimento incredibile di vetture, tutte perfette, appartenute alle più grandi collezioni del pianeta. Si riconoscono quelle più strane, la Tyrrel P34, 6 ruote, di Patrick Depailler, tanto innovativa quanto sfortunata, la vistosissima Beta di Brambilla e tante altre auto. L’aerodinamica era elementare, si vedevano solo questi grossi cunei rombanti correre su e giù per la pista. Spiccavano per caratteristiche le due auto protagoniste. La Ferrari, con la 312 T, aveva spezzato l’incantesimo che le impediva da 10 anni di conquistare un titolo piloti, e con l’accoppiata 312/Lauda nel 1975 aveva ritrovato l’iride, per la gioia di Enzo Ferrari, che mal digeriva il pilota austriaco. La McLaren poteva invece vantare un palmares molto meno ricco di quello Ferrari, ma contava sui migliori progettisti del tempo e su un auto davvero competitiva, la M23, che nel 1974 aveva portato Fittipaldi alla vittoria del titolo piloti.

 

5. Conclusioni

E’ un film favoloso. C’è poco da dire, Howard poteva far leva su un budget consistente, si vocifera di 38 mln di dollari, e lo ha sfruttato al meglio. Le scene girate in CGI sono eccezionali. I circuiti sono eccezionali. Tutto è ripreso nei minimi dettagli. Addirittura la Carrera ha tirato fuori due modelli di occhiali dell’epoca, unicamente per il film. Poteri del marketing. MaiDireCalcio consiglia a tutti gli amanti dei motori di non perdere Rush, un film unico, una storia unica, una leggenda come poche.

fonte: https://www.maidirecalcio.com/2013/09/30/rush-vita-300-allora-vivere-o-morire.html

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