“Casa Nostra”, la spesa “consigliata” dai clan

di Nello Lauro

mafiaatavolaC’è ma non si vede. E’ seduto alla nostra tavola ma non mangia. E’ intorno a noi, ma non parla. Eppure a ogni nostro boccone, ingrassa. E si arricchisce. Ogni giorno di più. Si nasconde dietro un’arancia, una mozzarella,  un ortaggio   una pasta fresca, del pane, della pizza, del pesce, tra i chicchi del caffè  e persino nei cesti di Natale e di Pasqua. In Campania si chiama camorra. Un business da capogiro stimato in oltre 70 miliardi di euro all’anno. La malavita controlla tutto dalla terra al supermercato fino alla tavola con l’immaginabile aumento del prezzo ad ogni passaggio.  Non c’è settore che non sia attenzionato dai clan di Casa Nostra che per rendere ancora più “legale” il sistema comprano e investono (con parenti o prestanomi) in aziende, supermercati, terreni e ditte di trasporto per “controllare” ancora più da vicino il sistema. Il meccanismo lo ha spiegato Franco Roberti, ex della DDA di Napoli, oggi procuratore capo a Salerno, in un’audizione alla Commissione parlamentare antimafia: “I commercianti sono costretti a trattare questo o quel prodotto, questo o quel marchio, ma ricevono spesso dei vantaggi. Acquistano a prezzi abbordabili perché la camorra compra in grandi quantità e sottocosto. Ricicla. I commercianti hanno poi il vantaggio dell’esclusività. Si eliminano i concorrenti. Si crea un regime di monopolio”. E a pagare sono solo i consumatori: i prezzi, tra pizzo e tangente, continuano a salire senza nessuna garanzia sulla qualità dei prodotti. Non è questione di gusti. E nemmeno di prezzo. È solo uno sporco affare. L’ennesimo affare di camorra. Di fatto – scrive Giuseppe Ruggiero autore dell’Ultima Cena – una tassa occulta sui prodotti, una tassa che pesa sulle tasche degli ignari consumatori e che arricchisce i trentuno clan che hanno le mani in pasta. La faccia concreta di una mafia ingorda e insaziabile che agisce in ogni comparto, dalla coltivazione alla vendita, altera la libera concorrenza, influenza i prezzi di mercato, scarica i costi sul portafoglio dei cittadini e sfrutta il mondo del lavoro. Difficile da sanare, complicato da contrastare. Le attività criminali in questo settore si intrecciano e si confondono con quelle legali attraverso un complesso sistema di relazioni che coinvolge il contesto sociale, la struttura economica e quella istituzionale.  Nel Nolano sono stati i Russo i primi a capire il business della “gola” mettendo le mani su supermercati e controllando aziende di pasta fresca e di merendine (alcune marche sono ancora sul mercato) mentre il clan irpino (ma con interessi e alleanze forti come i Fabbrocino) dei Cava aveva scommesso sul mercato della macellazione e del trasporto di carne. Anche in alcuni bar viene imposto il caffè del clan (sono diverse le marche) mentre nei club privati, nei luoghi pubblici viene “consigliata” l’uso di macchinette da caffè in comodato d’uso. E’ qui che la malavita ha saputo migliorarsi: la qualità del  servizio è elevata e questo permette al cliente di essere anche in qualche modo soddisfatto. E che dire del sistema garantito del cesto per le feste. I rappresentanti del clan “consigliano”  ai vari esercenti i prodotti da inserire nella composizione per i clienti: cose anche buone in alcuni casi ma che di fatto tagliano fuori altre aziende che provano, invano, a proporre le loro mercanzie. Un pizzo invisibile pagato dagli ignari consumatori che fanno lievitare i guadagni dei clan “rovinando” imprenditori e commercianti onesti. Tutto questo con il minimo rischio e il massimo profitto visto il complesso reticolo di società e passaggi in cui si snoda il sistema. Secondo il Rapporto Ecomafia di Legambiente solo nel 2011, sommando i dati messi a disposizione dal Comando Carabinieri per la Tutela della Salute, dal Comando Carabinieri Politiche Agricole, dal Corpo Forestale dello Stato e dalle Capitanerie di Porto, i reati accertati nel settore agroalimentare sono stati 13.867, più che triplicati rispetto al 2010, mentre i sequestri sono stati pari a 1,2 miliardi di euro, con un danno erariale di oltre 113 milioni. Sono 27 i clan censiti da Legambiente con le “mani in pasta”.  A tavola è seduto il gotha delle mafie che investe anche nella ristorazione: sulla base delle recenti inchieste e dei sequestri di beni, si è stimato in almeno 5.000 il numero dei locali pubblici nelle mani della criminalità, fra ristoranti, pizzerie, bar, intestati soprattutto a prestanome e usati come copertura per riciclare i soldi sporchi.  Nessuno li vede, nessuno li ha invitati, ma spesso si cena con i boss. Siamo circondati. Anche a tavola.

Print Friendly, PDF & Email



Utenti online