Nola città di furbetti e corrotti, l’anatema del vescovo nel messaggio per San Felice

Il vescovo di Nola Beniamino Depalma

Il vescovo di Nola Beniamino Depalma

NOLA- Un messaggio contro i “furbetti” , i corrotti ed i ladri. Contro quelli che hanno gettato fango anche sulla città  di Nola. Il vescovo della Diocesi nolana Beniamino Depalma sceglie quest’anno, per la festività di San Felice, compatrono della città, di indirizzare ai fedeli un messaggio durissimo, rivolto a chi fa del malaffare la cifra della sua esistenza: “Restituite tutto quello che avete tolto e rubato agli altri, solo così potete recuperare la dignità umana”. Depalma si rivolge a chi ha infangato con la sua condotta quanti onestamente fanno il loro lavoro a Nola: dagli impiegati coinvolti nello scandalo di “Mandatopoli” agli avvocati, medici, faccendieri finiti nell’inchiesta della Procura sui falsi sinistri.

Basta col silenzio, che equivale alla connivenza, dice il vescovo di Nola. La corruzione “è il male assoluto che ci sta distruggendo materialmente e moralmente. Negli ultimi giorni diversi casi di cronaca ci hanno presentato una triste realtà fatta di mazzette, tangenti, corsie preferenziali, fatture gonfiate, consulenze inutili, appalti truccati, connivenze malavitose. La giustizia farà il suo corso, e per ogni cittadino vale la presunzione di innocenza. Ma non è certo un mistero che nella nostra terra ci siano milioni e milioni di euro sprecati, buttati, infangati per ingrassare i soliti noti, caste di imprenditori, professionisti, politicanti e dirigenti pubblici mai soddisfatti del lusso, del benessere e della ricchezza che hanno già accumulato”.

 

Ecco il testo integrale della lettera di Monsignor Depalma:

 

C’è un démone che sta avvinghiando allo stomaco il nostro territorio e le nostre città. Il suo nome è vecchio come il mondo, il lezzo che emana insopportabile, l’indifferenza che lo accompagna ormai insostenibile. È la corruzione il male assoluto che ci sta distruggendo materialmente e moralmente. Il “pane sporco”, così l’ha definito Papa Francesco, che una piccola élite di padri consegna ai propri figli sottraendolo senza scrupoli ai giovani, ai meritevoli, ai poveri, ai disoccupati, ai cassintegrati, ai disperati.

Negli ultimi giorni diversi casi di cronaca ci hanno presentato una triste realtà fatta di mazzette, tangenti, corsie preferenziali, fatture gonfiate, consulenze inutili, appalti truccati, connivenze malavitose. La giustizia farà il suo corso, e per ogni cittadino vale la presunzione di innocenza. Ma non è certo un mistero che nella nostra terra ci siano milioni e milioni di euro sprecati, buttati, infangati per ingrassare i soliti noti, caste di imprenditori, professionisti, politicanti e dirigenti pubblici mai soddisfatti del lusso, del benessere e della ricchezza che hanno già accumulato. Milioni e milioni di soldi pubblici che potevano dare ossigeno ai ragazzi parcheggiati malinconicamente a casa dopo anni di studio, a professionisti che non riescono a sfondare perché gruppi di potere si spartiscono tutta la torta, a padri che da anni vivacchiano tra disoccupazione e sussidi pubblici. Milioni e milioni che potevano essere indirizzati a veri progetti di natura sociale, culturale, educativa, sanitaria. Basterebbe pensare allo stato di profonda solitudine con cui le famiglie devono accudire i nonni malati e infermi, al dolore delle mamme e dei papà che non hanno legittima assistenza per i figli disabili, per capire quanto sia indegno sprecare a vantaggio di pochi le già ridotte risorse pubbliche. Nel giorno in cui commemoriamo San Felice, primo vescovo di Nola, avverto il dovere di dire un’unica parola: “Vergogna! Vergognatevi di quanto ci state togliendo, della speranza che ci state sottraendo”.

Della vita di San Felice conosciamo, dalla storia e dalla leggenda, alcuni episodi che ci sono da monito: la guarigione degli indemoniati, il coraggio dinanzi ai leoni, la salvezza che lo raggiunse attraverso un angelo mentre stava per essere bruciato in una fornace. Démoni, leoni, fuoco: le metafore del male e della spietatezza. Ma c’è un aspetto su cui riflettere: se Felice fu in grado di sconfiggere il male, non fu solo per le sue virtù eroiche e per il “dono di Dio”. Ci riuscì anche perché alle spalle aveva un popolo che, nella gran parte, aspirava al bene e sosteneva il bene. Io sono convinto che ancora oggi sia così: che la gran parte delle persone, in cuor loro e in coscienza, sappiano ciò che è bene e ciò che è male, ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Ma non basta: i valori, i sentimenti, gli ideali non possono essere rinchiusi in una scatola segreta. Vanno schierati in campo. Nella politica. Nella pubblica amministrazione. Nel mondo del lavoro, del sociale, della cultura.

In nome di San Felice, come pastore che indegnamente ne ha raccolto l’eredità, imploro oggi gli uomini e le donne di buona volontà: “Non nascondetevi più. Venite allo scoperto”. Denunciate, annunciate, agite, formate. Potete e dovete farlo come genitori, educando i figli al bene comune, al merito e al rispetto delle regole. Potete e dovete farlo come cittadini, tornando sulla scena pubblica sia per controllare gli amministratori sia per assumere responsabilità in prima persona.

Carissimi amici, se la prima causa della corruzione è il cuore malato di persone che hanno perso ogni punto di riferimento morale, la seconda causa è la nostra assenza, la nostra ignoranza, il nostro credere che se anche “loro rubano” in fondo “la vita va avanti lo stesso”. In una così grave crisi economica e spirituale, ogni atto di corruzione tollerato rappresenta un passo all’indietro verso la miseria materiale e morale. Con l’esempio di San Felice, facciamo comunità per affrontare e guarire gli indemoniati, per far arretrare i leoni, per sfidare quel fuoco che brucia le coscienze. Facciamolo per noi stessi e per le nuove generazioni. Facciamolo perché nessun figlio venga più nutrito con tozzi di pane sporco.

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