Addio villaggio, la (prei)storia finisce sotto terra

di Bianca Bianco

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Foto gentilmente concesse da Giuseppe Chiera

NOLA- Quattordici anni di gloria mondiale per poi finire sepolto sotto terra ed indifferenza. E’ la brevissima storia del villaggio preistorico di via Croce del Papa di Nola, scoperto fortuitamente nel 2001 durante scavi per la costruzione di un supermercato, e lo scorso 5 maggio interrato definitivamente dopo circa sei mesi di lavoro svolto da un’equipe di archeologi della Soprintendenza. Si consuma così, senza clamori e indignazione, la storia di uno dei siti archeologici più importanti del mondo: due capanne dell’età del Bronzo “cristallizzate” dall’eruzione del Vesuvio (la cosiddetta eruzione “delle pomici di Avellino”) 4mila anni fa, testimonianze della vita nei primi insediamenti umani dell’area nolana. La “Pompei della preistoria”, come fu definita dalla stampa mondiale, oggi è ora solo terra che ricopre quanto resta del villaggio per quasi dieci anni inondato dall’acqua della falda sottostante. Progetti, idee di recupero, proposte di comitati e politici, sono rimasti lettera morta. Il villaggio non è stato salvato, come molti volevano, ma interrato come la Soprintendenza ha infine deciso asserendo fosse l’unica soluzione possibile per preservare almeno le capanne. Su quel campo sterrato dovrà sorgere un parco archeologico da 650mila euro.  La falda acquifera ha vinto, ora si dovrà iniziare l’opera di valorizzazione almeno del significato storico di questa zona di Nola.

 

IL COMMENTO– Rattristato ma consapevole Angelo Amato De Serpis, ex presidente di Meridies che sul e per il villaggio ha speso le migliori energie della sua associazione. Anni di visite guidate, laboratori didattici, eventi. Anni di impegno sommersi anch’essi, ineluttabilmente, dall’acqua stagnante della falda che aggredisce l’area di via Polveriera dal sottosuolo. Alla fine De Serpis si è arreso all’evidenza ma non manca di lanciare strali contro istituzioni miopi che non hanno saputo dare al villaggio una alternativa: “Il progetto di conservazione concluso nei giorni scorsi con l’interramento era l’unico possibile- dichiara al giornalelocale-, almeno così le capanne sono tutelate. Ma resta il profondo rammarico per quello che poteva essere fatto e non è stato fatto. Avere un parco archeologico è un palliativo, una magra consolazione, spero comunque che la storia del villaggio di via Croce del Papa sia un monito ed un punto di partenza. Si deve analizzare la falda acquifera, si deve studiare il territorio e si deve allargare lo scavo perché ci sono altre capanne. Stavolta però mi auguro si faccia un progetto serio, condiviso e definitivo. Per quattordici anni il sito archeologico è stato in balia di provvedimenti provvisori e della miopia delle istituzioni a tutti i livelli, ad iniziare dai ministri che si sono succeduti in questi tre lustri”.

 

villaggioaddio2 copiaLA STORIA– Scoperto nel 2001 durante scavi privati, il villaggio dell’età del bronzo ben presto ha avuto vita difficile. Il problema della falda, che ha lentamente sommerso l’area, è venuto fuori nel 2005. Si decise una prima soluzione, l’installazione di due pompe idrovore, concesse dalla Gori spa. Soluzione che non diede i frutti sperati. Dopo alcuni anni di lotta impari con la forza della natura, si decide finalmente, nel 2009, di affidare uno studio ad una società specializzata. Studio che però alcuni addetti ai lavori giudicarono “lacunoso”. Passano gli anni, nel 2011 crolla una parte di muro che circonda l’area, il problema villaggio attira l’attenzione delle forze politiche e nasce un Comitato per salvare il villaggio. Viene commissionato un secondo studio, pagato dalla Regione che è proprietaria del sito, che però non propone soluzioni valide rispetto al primo. L’ultima strada proposta sempre a livello regionale per impedire la fine del villaggio è stata lo sbarramento della falda. Soluzione inagibile perché avrebbe comportato l’allagamento di altre zone abitate. Nel 2012 l’opinione pubblica è più attenta al problema, si sa che si sta perdendo il villaggio e si fa avanti la strada dell’interramento, proposta dalla Soprintendenza. Una via d’uscita che non piace nemmeno al sindaco Biancardi che tuona: “Se interrano il villaggio, io mi metto davanti ai camion”. Si succedono altre riunioni interistituzionali con la Regione e la Protezione civile, vengono scritte lettere ai ministri ai Beni culturali, si cerca di sensibilizzare sulla situazione anche a livello internazionale. Ma nulla cambia, non sembra esserci alternativa all’interramento. Si arriva al settembre 2013, quando il piano di copertura della Soprintendenza con annesso progetto di parco archeologico appare l’unico percorribile: partono i lavori che si concludono pochi giorni fa. Il villaggio non esiste più.

villaggioaddio3 copiaL’IDEA– Ma esistevano soluzioni alternative? Secondo il geologo nolano Giuseppe Chiera esistevano. Chiera lamenta: “Ho più volte evidenziato la lacunosità e parzialità degli studi commissionati sul villaggio, perché non tenevano conto della condizione della falda. Si è voluto imbastire un tavolo di confronto con la Regione, ma non si è dato ascolto alle idee di chi, come me, lavora da anni su questo territorio e conosce bene le sue problematiche idrogeologiche”. Per Chiera la soluzione sarebbe stata la creazione di uno scavo della stessa volumetria del villaggio nell’alveo Santa Teresa che circonda a ferro di cavallo il sito: “Attraverso una trincea- spiega- si sarebbe potuto convogliare l’acqua e trattenerla, preservando sia le capanne che le abitazioni della zona. Nessuno ha mai voluto ascoltarmi, ai tavoli istituzionali sono stato zittito. Ora il villaggio non esiste più, ma si sarebbe potuto fare qualcosa di serio per salvarlo”.

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