Disastro regi lagni, fango e rabbia: si spala ancora. La furia dei cittadini: lasciati soli- Fotogallery

TUFINO-(di Bianca Bianco)  La furia del fango ha travolto una sola creaturina, un cucciolo di cane ucciso dall’ondata d’acqua che il 19 giugno ha lasciato melma e danni in via Maresciallo Guerriero. E’ lui l’unica vittima del nubifragio di giovedì scorso ma nella piccola strada, una traversa di via Turati composta per lo più da palazzine, ancora oggi si contano danni materiali ingenti e soprattutto grande rabbia. Qui era di pomeriggio, intorno alle 16, quando la bomba d’acqua che si è abbattuta su tutto il Nolano ha riempito l’alveo del canale dei Regi Lagni che costeggia la traversa. Il torrente in piena avrebbe potuto scorrere tranquillamente sull’ampio letto  ma ha incontrato dinanzi a sé una diga naturale di alberi, arbusti e spazzatura. Un muro costruito dall’incuria e dal degrado in cui il reticolo di epoca borbonica versa da decenni nell’area nolana e  che ha deviato l’acqua trasformandola in una cascata di fango e detriti che ha bucato la sponda invadendo terreni e case. Una lingua melmosa si è distesa sui piccoli noccioleti che sopravvivono circondati dal cemento e ha fagocitato tutto quello che ha incontrato lungo la strada. Alberi, auto, moto, suppellettili che i residenti, chiusi in casa impauriti, hanno visto scorrere dinanzi agli occhi lungo quel fiume sporco. Passata la furia del maltempo, hanno poi dovuto archiviare il timore e contare i danni.

 

Danni che a cinque giorni dall’alluvione sono ancora visibili e tangibili e impegnano, tra sconforto e rabbia, chi abita le case più danneggiate. E’ domenica pomeriggio, a pochi chilometri un popolo, quello di Nola, festeggia i gigli, ed il vescovo ha appena chiesto un minuto di silenzio per chi nel nubifragio ha perso tutto. Ma qui è un’eco lontana. Un gruppetto di uomini scava una trincea intorno un noccioleto, coperti di terra fino ai capelli sotto un sole che sembra farsi beffe di chi fino a pochi giorni prima chiudeva le imposte sotto una pioggia sferzante. Intorno è il deserto. Mota diventata polvere che si alza in nuvole dorate, auto e moto che sembrano reduci da rally sahariani, cumuli di mobili non scampati all’inondazione. I guasti peggiori lo straripamento del lagno li ha creati nei garage di un palazzo di via Maresciallo Guerriero,  i più danneggiati tra le famiglie, circa 30, del posto. Dei box auto, posti sotto il livello spondale dell’alveo, rimane un disastro ricoperto di fanghiglia. Due automobili sono state tirate fuori, una, quella di un 80enne diabetico che dal giorno del nubifragio non è uscito di casa, è intrappolata ancora dalla melma. Persi scaffali e vestiti del cambio stagione, mobili ed attrezzi, elettrodomestici e persino le divise della polizia penitenziaria che uno degli abitanti mostra, distesi su un terrazzino. Indossa stivali di gomma,  è arrabbiato, come sono arrabbiati sua moglie ed i suoi vicini di casa: “Stiamo lavorando e siamo completamente soli, potete vederlo. Scrivetelo pure, qui quando siamo stati inondati non si è fatto vedere nessuno. Il Comune? Sono venuti due giorni dopo e non abbiamo visto nemmeno la Protezione civile. Solo noi ed i vigili del fuoco, e ora siamo ancora qui a spalare questo schifo”. Indicano il punto in cui l’acqua ha incontrato alberi e immondizia, sul ciglio del canale il panorama ora è identico a quelli che incontriamo lungo tutto il reticolo nato per irreggimentare il fiume Clanio e prevenire- paradossi- problemi idrogeologici. L’alveo è un letto di melma indurita dal sole, la terra è stata sbancata ma sopravvivono residui vegetali e spazzatura che si immagina abbiano riempito il torrente fino a creare la “diga”.

 

E’ così dappertutto, nella zona colpita dal nubifragio del 19 giugno. A Roccarainola, nelle frazioni di Sasso e del Fellino, nella Gescal di Tufino, a Cicciano, a Camposano. Laddove l’acqua ha colmato i canali pieni di immondizia e vegetazione, il pantano si è preso le strade e i campi che oggi appaiono distese soffocate e infruttifere. Ha risparmiato le persone, ma ha sacrificato i beni dei residenti che oggi si appellano ai Comuni ed alla Regione per chiedere lo stato di calamità naturale ed essere ripagati. Ma è una misura temporanea, la pioggia di fondi che ci sarà andrà solo a risanare il  disastro di un giorno ma non ripagherà degli anni in cui i regi Lagni sono stati abbandonati lasciandoli trasformare nelle pattumiere di quartieri e campagne, in bombe idrogeologiche incombenti e finora disinnescate da un destino benevolo. Situazione che conoscono bene quanti abitano a ridosso dell’alveo Avella a Cicciano le cui case sono state allagate per giorni, e sono state liberate solo grazie al lavoro dei vigili del fuoco (in questo caso ha operato per ore la squadra 7b del distaccamento di Nola coordinata dal caposquadra Eleggibile) che in questa situazione hanno dovuto fronteggiare molteplici emergenze. Gli abitanti di questa zona hanno visto crollare il muro di contenimento del lagno e distruggere parte di uno studio medico e parte di una falegnameria artigianale. Lavoro di anni inghiottito dal limo sudicio del lagno. “Per fortuna abbiamo pulito gli alvei cinque mesi fa, altrimenti ci sarebbe scappato il morto” commenta Antonio Amato, presidente del Consiglio comunale sul posto coi proprietari a constatare il nefasto bilancio di pochi minuti di pioggia. La tragedia umana scampata qui tutti la citano come una eventualità conteggiata ma impedita solo dalla fortuna. E forse è così. Basta farsi un giro lungo i regi lagni, constatare gli argini- alcuni di epoca borbonica- franati, conteggiare i punti in cui i torrenti sono straripati (persino lungo la trafficatissima Nazionale delle Puglie, a Schiava), verificare quanti punti sono delle discariche e quanta vegetazione può potenzialmente ostruire il corso dell’acqua, per capire che manca solo il “morto”, la tragedia. E magari un caso che scuota le coscienze “servirebbe”  (altro paradosso) per dare il senso della condizione di questi canali dalle sponde friabili e dagli alvei pieni di detriti la cui gestione è da sempre oggetto di uno sconcertante scaricabarile tra i Comuni e la regione (quest’ultima competente sulla manutenzione). I Comuni non vigilano sul territorio e la Regione non ripulisce, i Comuni non trattano i lagni come pezzi del proprio territorio e la regione non fa che elargire super finanziamenti per super progetti (come “Regi Lagni Giardini d’Europa”) che sono solo miraggi. La realtà è ben diversa, e galleggia insieme all’immondizia: i lagni sono discariche a cielo aperto e la tragedia è dietro l’angolo, basta attendere la prossima summer storm.

 

Print Friendly, PDF & Email



Utenti online