Antonio Sibilia, l’uomo che rese grande l’Avellino

fonte: MaiDireCalcio.com

Si è spento a 93 anni nella sua Mercogliano Antonio Sibilia, storico patron degli Avellino dellaBelle Époque. Ne avrebbe compiuti 94 tra poco meno di una settimana e tutto si può dire tranne che la sua sia stata una vita qualunque.

SOLDI, PALLONE E GUAI – Tipico vulcanico presidente anni ’80, Sibilia nacque nel 1920 e partì lavorando come manovale fino a diventare uno dei principali costruttori del meridione. Una volta arricchitosi, “O’Commendatore” entrò nell’Avellino ad inizio anni ’70 lasciandolo definitivamente nel 2000 dopo aver legato indissolubilmente il suo nome alla società irpina: 4 anni come socio sostenitore, 9 da vicepresidente, 12 da presidente, 5 da patròn. Fu l’artefice delle splendide 10 salvezze consecutive in A dei Lupi irpini, raggiunte anche grazie alle intuizioni del focoso presidente campano, abile scopritore di talenti: De Napoli, Favero, Tacconi, Vignola e, su tutti, Juary. Proprio all’acquisto del brasiliano è legata una delle sue interviste memorabili. “Fummo andati in Brasile e comprammo Juary”, commentò Sibilia, prima di rispondere stizzito al giornalista che gli fece notare l’errore (“Presidè, siamo!”): “Ma perché si venut’pur tu?”. Sibilia adorava l’attaccante di São João de Meriti, tanto che una volta gli fece ritrovare l’auto rubata, informandosi semplicemente se avesse parcheggiato dalla parte sinistra o destra della strada. Un rapporto, quello tra il patron e Juary, ricco di aneddoti, non tutti simpatici. Nell’ottobre del 1980 Sibilia si recò accompagnato dal giocatore ad una delle tante udienze del processo che vedeva imputato Raffaele Cutolo, boss della Nuova Camorra Organizzata, e consegnò al criminale, proprio tramite Juary, una medaglia d’oro con dedica (“A Raffaele Cutolo dall’Avellino calcio”). La storia non passò inosservata e Sibilia finì nelmirino della magistratura, anche per un attentato contro il procuratore della Repubblica di Avellino Gagliardi, ma venne assolto dalle accuse.

RUDE E GENIALE – Padre padrone, vulcanico, rissoso, rude e geniale (“Il nostro portiere vuole i guanti? No, o li compriamo a tutti o a nessuno…”), il numero uno degli irpini era un tipo all’antica e non perdeva occasione per farlo notare ai suoi calciatori. I capelli lunghi dell’argentino Ricatti, ad esempio, rischiarono di far saltare la trattativa che doveva condurre il modesto attaccante in Irpinia. “Se vuoi che ti prendo, tagliati i capelli. Hai 24 ore di tempo e solo perché il lunedì i parrucchieri sono chiusi“, chiarì Sibilia, che non ragionava troppo prima di mollare ceffoni ai suoi giocatori se questi si mostravano indisponenti (lo sa bene Vignola, reo di aver risposto male ad un incitamento del “Commendatò”). Nemmeno gli allenatori con lui avevano vita facile: Vinicio, pur artefice di una grande salvezza, “iniziò a fare il gallo sulla munnezza, a tirarsela” e venne cacciato, così come Papadopulo che nonostante il secondo posto in campionato e una tifoseria che lo acclamava, fu sollevato dall’incarico di allenatore a tre giornate dalla fine del campionato dopo un alterco televisivo passato alla storia.

Non amava particolarmente nemmeno i procuratori, Antonio Sibilia. A testimoniarlo è proprio uno degli agenti più famosi, Dario Canovi, che in Lo stalliere del Re, fatti e misfatti di 30 anni di calcio racconta di quando si recò nello studio di don Antonio (siamo nel 1980) e si ritrovò sulla scrivania una Magnum rivolta addosso. Dietro questo gesto non si nascondeva nessuna minaccia: semplicemente, spiegò Sibilia, “la pistola nella fondina sotto la giacca mi infastidisce“. Un personaggio in tutto e per tutto, che Avellino non riuscì mai a dimenticare nemmeno dopo il suo addio al calcio, non solo per le continue promesse di nuovi investimenti nel pallone (specie quando c’era di mezzo la campagna elettorale del figlio) ma anche per l’abitudine di far partire i fuochi d’artificio il giorno del suo compleanno: “Così la gente di Avellino sa che sono ancora vivo”, confessò. Un abitudine che se n’è andata con lui, scomparso nella mattinata di oggi dopo 93 anni vissuti tra strafalcioni linguistici, intuizioni calcistiche e tanti guai giudiziari.

di Lorenzo Palmieri (MaiDireCalcio)

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