FootPolitik, Serbia-Albania e le altre partite corrotte da questioni etniche e politiche

Di Lorenzo Palmieri e Lawrence Miles (Maidirecalcio.com)

Degli scontri di Belgrado, occorsi in occasione della partita di qualificazione ad Euro 2016 tra i padroni di casa della Serbia e l’Albania di De Biasi, se ne parla tantissimo in queste ore e per tanto tempo ancora se ne continuerà a parlare.
L’Uefa ha avviato un’inchiesta per cercare di capire quale sia stato il reale svolgimento dei fatti e, al momento, si sa che sono stati aperti dei procedimenti a carico della federcalcio serba per cinque capi d’imputazione (accensione/lancio di fumogeni e petardi, disordini pubblici, invasione di campo dei tifosi, organizzazione insufficiente ed utilizzo di puntatori laser) e per due nei confronti della federcalcio albanese (rifiuto di giocare ed esposizione di uno striscione illecito).

I disordini dello Stadion Partizana offrono l’occasione per guardare in maniera più approfondita a quelle partite che, negli ultimi anni, hanno posto dinnanzi rivalità storiche tra popoli e paesi politicamente ostili. Dalla già citata sfida tra Serbia ed Albania a Romania-Ungheria, passando per i tumulti in Egitto, Hondura-El Salvador e la madre di tutte le rivalità balcaniche: quella fra serbi e croati.

SERBIA-ALBANIA E LA QUESTIONE ETNICA La partita giocata a Belgrado pochi giorni fa, martedì 14 ottobre, come oramai i più sapranno è stata tristemente sospesa dal direttore di gara, l’inglese Atkinson, al 42′ minuto per la rissa scatenata dall’abbattimento di un drone recante con sè una bandiera ritenuta offensiva dai serbi presenti allo stadio. Il drone, libratosi in aria sul cielo sovrastante il campo dello Stadion Partizana, sventolava dietro di sè la bandiera della “grande Albania”, un territorio comprendente oltre all’attuale suolo albanese porzioni delle attuali Grecia, Macedonia, Kosovo e Serbia, porzioni accomunate dalla presenza al loro interno di una forte etnia albanese. Di fianco alla bandiera erano stampate le effigi di due uomini- simbolo della recente storia albanese: a sinistra Ismail Qemal, fondatore del movimento nazionale albanese e firmatario dell’autoproclamazione dell’Albania del 1912, consacrata nel 1913 dal trattato di Londra; a destraIsa Boletini, patriota e combattente albanese sia nella guerra d’indipendenza che nella Prima Guerra Mondiale. Sopra i disegni campeggiava una data, il 28 novembre 1912, giorno dell’autoproclamazione dell‘indipendenza; sotto la scritta “AUTOCHTONOUS”, a voler significare l’estraneità etnica dei serbi, e dunque l’illegittimità delle loro pretese, dai territori comprendenti la “grande Albania”, Kosovo in primis.

serbia albania
L’intricata questione che dalla notte dei tempi caratterizza i Balcani stà proprio in questi termini: la presenza sul medesimo lembo di terra di popolazioni ed etnie legate a confessioni religiose differenti e mai riuscite pienamente ad integrarsi tra loro. La questione del Kosovo, a cui come detto la bandiera faceva riferimento, è solo l’ultimo degli innumerevoli motivi che scuotono da tempo il territorio dei Balcani; considerato per questioni etniche parte dell’Albania, oltre il 90% dei kosovari è di etnia albanese, il Kosovo è stato jugoslavo fino alla dissoluzione della Federazione, avvenuta tramite le guerre jugoslave tra il 1990 ed il 1995, e da lì in poi posto sotto l’egida serba. Sul finire degli anni ’90 una parte della popolazione kosovara di etnia albanese decise di intraprendere la lotta armata, cosa che in poco tempo portò alla durissima risposta del governo centrale di Belgrado, guidato dall’allora presidente Milosevic. La guerra, formalmente, si aprì nel 1999, anche se la pulizia etnica nei confronti dei kosovari albanesi da parte del governo centrale era già iniziata da tempo. L’intervento di vari attori internazionali fu decisivo per fermare un conflitto condito da massacri su entrambe le sponde; nel 1999 una Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite determinò l’istituzione di un governo e parlamento provvisori, ritendendo però ancora il Kosovo provincia della Serbia. Solo nel 2008 il Kosovo si dichiarò indipendente, venendo presto riconosciuto da numerosi stati nel Mondo, Italia compresa, ed ovviamente osteggiato dalla Serbia, che ancora oggi ritiene il territorio di Pristina una sua provincia.

LA GUERRIGLIA DEL MAKSIMIR Serbia-Albania ma non solo. Quanto accaduto due giorni fa a Belgrado richiama immediatamente alla mente una data: 13 maggio 1990. Quel giorno, a Zagabria, andò in scena l’attesissimo incontro tra la Dinamo Zagabria e la Stella Rossa di Belgrado, squadre rivali da sempre e ai vertici del campionato jugoslavo. Il clima di tensione, già di per sé elevato, venne amplificato dalla situazione politica infuocata nei Balcani: era infatti in atto lo sfaldamento della Jugoslavia. In campo e sugli spalti del Maksimir fu guerriglia pura con scontri fra tifosi, giocatori e poliziotti che generarono oltre 60 feriti. In quella che è tutt’ora considerata come una, se non “la”, delle partite più influenti della storia del calcio, l’allora 21enne Zvonimir Boban, capitano della Dinamo e futuro campione del Milan, rifilò un calcio ad un poliziotto che picchiava un tifoso della Dinamo, diventando così una sorta di eroe nazionale per i croati. Da molti storici, gli scontri di Zagabria sono considerati come la goccia che fece traboccare un vaso ormai stracolmo e diede il la al conflitto.

La guerriglia del Maksimir rappresenta così la “madre” di tutti gli scontri fra serbi e croati che si sono succeduti negli anni, in campo e fuori. Nel 2000 il difensore serbo Zoran Mirković, che allora difendeva i colori della poi disciolta Nazionale Serbo-Montenegrina, durante una sfida valida per le qualificazioni a Euro 2000 contro la Croazia, strinse i testicoli dell’avversario Robert Jarni, venendo squalificato per tre partite e non convocato per i successivi Europei. Nel settembre del 2013, poi, le due nazionali si sono incontrate nel girone di qualificazione per i Mondiali in Brasile e anche in quell’occasione a dominare la scena fu più il clima rovente attorno alla gara che la partita stessa. Cori razzisti, bandiere bruciate, polizia in assetto antisommossa e. sul campo, botte da orbi. Ne sa qualcosa il serbo Sulejmani, falciato da un entrata folle del croato Josip Simunic che diede il via ad una mega-rissa. Scontri durante partite di calcio, ma non solo: i tumulti fra serbi e croati si sono estesi anche ad altri sport. Particolarmente noti furono quelli del 2011 prima del match degli Australian Open tra il tennista serbo Ilia Bozoljac e il croato Marin Cilic che videro coinvolte circa 150 persone, o ancora quelli di un anno prima presso la piscina Scandone di Napoli, quando i “sostenitori” serbi e croati approfittarono della Final Four di Eurolega per darsele di santa ragione.

ALTRE LATITUDINI Abbandonando per un attimo i Balcani, in parecchi angoli del mondo il binomio calcio-politica è spesso sfociato in guerriglia e, purtroppo, tragedie. Port Said, in Egitto, ad esempio, il primo febbraio del 2012 si trasformò in un teatro di guerra. Gli scontri tra i tifosi dei Fratelli Musulmani e quelli dell’allora presidente Mubarak, durante la partita fra Al Ahly e Masry, generarono una strage dal tragico bilancio: 73 morti e oltre mille feriti. Andando ancora più indietro nel tempo, nel 1969 Honduras ed El Salvador entrarono in guerra dopo lo spareggio fra le due nazionali per un posto ai Mondiali 1970 in Messico. La sera stessa della gara, l’Honduras  (battuto 3-2, ma ormai non interessava a nessuno) ruppe le relazioni diplomatiche con El Salvador e nacque uno scontro armato che andò avanti per sei giorni e causò quasi 6.000 morti. Tornando in Europa, appena tre giorni prima dell’ormai nota Serbia-Albania, a Bucarest è andata in scena un’altra partita che non sarà mai come tutte le altre: Romania-Ungheria. I tifosi dei due paesi, rivali sin dalla fine della Prima Guerra Mondiale per l’amministrazione della Transilvania, regione che divenne parte della Romania pur avendo fatto sempre parte dell’impero austro-ungarico, hanno dato vita agli ormai consueti scontri, con fumogeni che volavano come aeroplani da una curva all’altra. Anche qui il bilancio è stato pesante ma non ha fatto nemmeno notizia per quanto preventivabile. Ah, la partita è finita 1-1.

Lawrence Miles & Lorenzo Palmieri

fonte: Maidirecalcio.com

Print Friendly, PDF & Email



Utenti online

This site is protected by wp-copyrightpro.com