Il ricordo di Klas Ingesson, ex Bologna e Bari

fonte: Contra-Ataque

Un gigante, fino alla fine, anche quando quella maledetta malattia lo ha costretto a trascinarsi a fatica su una sedia a rotelle. Se ne va Klas Ingesson, dopo quarantasei anni di botte, date e prese, dopo aver combattuto fino all’ultimo secondo, con un orgoglio invidiabile, con una forza d’animo che può appartenere solo a chi è abituato a compiere imprese che fanno storia. Ci ha provato, sedendosi sulla panchina dell’Elfsborg, dopo aver annunciato di essere guarito. Il sorriso, l’arma in più per guidare la squadra, nonostante le difficoltà.  Non è bastato ma ha lasciato in eredità un ricordo vivissimo, destinato a restare tale ancora a lungo. L’abbraccio parte dalla Svezia e arriva in Italia, sua seconda casa. In serie A, tra Bari, Bologna e Lecce.

Con i galletti anche in b, dopo la retrocessione, perché avvertita l’esigenza di dare manforte a quel gruppo che infatti, nel giro di dodici mesi, riuscì a riconquistare il palcoscenico più importante. Da qui nasce la stella, il calciatore che mette da parte il singolo interesse, solo per rispetto, per amore di un progetto. Doti umani e tecniche, apprezzate anche dal burbero dal cuore d’oro, Eugenio Fascetti, all’epoca allenatore dei pugliesi: “Il momento migliore fu quando il tecnico  mi diede la fascia di capitano. Io gli dissi: mister, ma non parlo l’italiano. Fa niente, mi rispose: fallo col cuore”. E lo fece, fino al trasferimento in Emilia, giustificato dalla necessità dei Matarrese di fare cassa. Con i felsinei, da calciatore, i trascorsi più importanti, con quel genio di Carletto Mazzone: “Porto dentro di me il tifo, con il coro che i tifosi facevano per me. E poi le partite con Mazzone, un grande anno in cui abbiamo fatto bene sia in campionato che in Europa. L’anno con Mazzone è stato probabilmente il migliore della mia carriera”. Poi l’ultima parentesi tricolore, a Lecce, nel duemilauno.

Ecco che allora viene da chiedersi come abbia fatto Ingesson a conquistare due sergenti di ferro, due allenatori abituati a non regale niente a nessuno. La risposta è arrivata proprio oggi, attraverso i commenti di quei tifosi che non lo hanno mai dimenticato. Un fiume di commenti, di messaggi di cordoglio, arrivati da ogni parte d’Italia. Lui, il guerriero, è riuscito a farsi amare da tutti, scavalcando con incredibile naturalezza il muro delle divisioni, dell’odio tra opposte fazioni. Ha vinto ancora una volta, anche ora che non c’è più.

di Dario Marotta (MaiDireCalcio.com)

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