Uccisi per 30mila euro, l’assurda fine di due bravi ragazzi

SAVIANO- Morti per un debito di 30mila euro. L’assurdo movente dietro l’uccisione di Franco Tafuro e Domenico Liguori diventa ogni giorno più inaccettabile. Due bravi ragazzi finiti in una storia difficile da accettare. A ricostruire gli eventi basandosi sulle testimonianze e le deduzioni degli inquirenti ci si rende conto dell’incredibile tragica sproporzione tra le ‘ragioni’ dei presunti assassini e la fine fatta dai due ragazzi. Al centro della diabolica vicenda c’è Eugenio D’Atri, detto Gegè. Una figura nota nel centro scommesse gestito dalle vittime, che abitava nei pressi dell’agenzia ed era abituato a fare “puntate più alte rispetto agli altri clienti” come verbalizzano gli investigatori ascoltando alcuni dipendenti. “Tale Eugenio faceva giocate spezzettate nell’ordine di 2-300 euro a puntata”, e la settimana precedente l’omicidio aveva puntato “quindici mila euro”. In base a quelle che erano state le puntate e le vincite, tra il dare e l’avere,  “Eugenio avrebbe dovuto dare all’agenzia circa 30mila euro”. Un giocatore incallito e presente spessissimo nell’agenzia, che puntava forte ma vinceva anche forte come dimostrano le foto pubblicate sul suo profilo facebook (oscurato da qualche giorno). La settimana prima dell’uccisione di Franco e Domenico, però, D’Atri avevano perso una “bolletta” pesante e avrebbe dovuto restituire all’agenzia, dove aveva scommesso senza pagare, la somma di trentamila euro. Ma pare non avesse nessuna intenzione di pagare, tanto da mettere in allarme Tafuro e Liguori che, avendo uno ‘scoperto’ sostanzioso, decisero di spiegare la situazione all’amministratore unico della società sotto le cui insegne avevano aperto l’agenzia. Era il 10 febbraio, giorno dell’omicidio, e Franco e Domenico vanno ad Avellino alle nove di mattina per parlare con il loro datore di lavoro. Agitatissimi, spiegano cosa è accaduto: “Abbiamo combinato un guaio”. Raccontano di avere generato un ammanco di ventimila euro nella contabilità dell’agenzia consentendo ad un cliente di scommettere a credito tale importo nella settimana precedente. Lo scommettitore era D’Atri che, pur avendo perso, non aveva coperto le scommesse e pagato il dovuto. Minacciati di licenziamento, Franco e Domenico tornano a Somma promettendo che avrebbero risolto il problema “il giorno stesso”. Un problema enorme per i due giovani imprenditori, da due anni titolari del centro scommesse e ora alle prese con un buco nei conti imputabile solo alla fiducia ed alla loro buona fede. Nella cassaforte del centro, a conferma dell’esistenza del debito, gli inquirenti hanno trovato biglietti manoscritti riportanti alcune cifre “2000- 1000- 2000” e “2000- 3000- 1000- 4000”. Entrambi i biglietti riportavano la scritta “Eugenio”.

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