Scandalo cimitero a Nola, la procura: Comune era indifferente

NOLA- Una completa anarchia. E’ così, secondo quanto emerge dalle carte della Procura, che veniva gestito il cimitero di Nola. Subordinato alle scelte di alcuni dipendenti che facevano il bello ed il cattivo tempo e, scrivono gli inquirenti, chiedevano soldi extra ai parenti dei defunti per attività come le esumazioni, le inumazioni e tumulazioni, o per semplici “lavori manuali” che dovevano essere pagati al Comune di Nola. I soldi, invece, finivano in tasca ai dipendenti e l’ente di piazza Duomo per molto tempo ha “accettato” lo stato di cose, disinteressandosi persino del corretto pagamento dei bollettini, che doveva avvenire prima del rilascio delle autorizzazioni. Ma l’anarchia non si fermava all’aspetto finanziario perché i cinque dipendenti indagati (dei quali quattro sottoposti a divieto di dimora a Nola e obbligo di firma alla polizia giudiziaria) avevano anche l’abitudine di timbrare i badge per i colleghi.

ASSENTEISTI- Quando inizia l’inchiesta della Procura di Nola e della polizia, nel giugno del 2015, gli inquirenti che erano intervenuti solo per alcune irregolarità nella sala mortuaria capiscono che si è di fronte ad una situazione ben più complessa. Quando cominciano a raccogliere le prime testimonianze di cittadini cui sono stati chiesti soldi extra (da 30 a 300 euro) per attività necrofore, decidono di piazzare le telecamere nella casupola del custode. E’ così che si rendono conto che i dipendenti sono anche soliti timbrare i badge per i colleghi e “restituire il favore”. Il 9 settembre, per esempio, è Innocenzo Velotto a far risultare attraverso la lettura del badge in uscita la presenza in servizio all’orario della timbratura di Aruta. Qualche giorno dopo, il 23 settembre, è Vincenzo Parisi che fa la stessa cosa per Aruta e un altro indagato, e così avviene anche in altri episodi che testimoniano come quella del passaggio di badge tra colleghi fosse pratica quantomeno condivisa in alcune occasioni.

IL COMUNE NON SA DEI BOLLETTINI- Ma uno degli aspetti più paradossali di questa vicenda riguarda proprio la gestione delle entrate del servizio cimiteriale da parte del Comune di Nola, i cui uffici sembrano assolutamente disinteressati a far rispettare le regole, sia agli utenti che ai lavoratori. Stando alle dichiarazioni rese da un dirigente ascoltato dalla Procura in merito alle esazioni del contributo per le attività cimiteriali, quelli relativi alle inumazioni e tumulazioni dovevano essere versati allo stato civile che poi aveva il compito di controllare il versamento delle tariffe da parte dei familiari del defunto o di un delegato, in base pure a quanto stabilito dal regolamento comunale. E invece cosa accadeva a Nola? Accadeva, sostiene la Procura, che nessuno controllava. Tant’ è che solo il 30 settembre 2015 “in una fase in cui le indagini della procura avevano smosso le acque”, il Comune di Nola ha “ricordato” ai responsabili degli uffici competenti  la “necessità di pretendere il pagamento del bollettino prima di rilasciare l’autorizzazione per inumazioni e tumulazioni”. Prima di allora questo non avveniva, e accadeva dunque che fossero i quattro dipendenti infedeli a chiedere 100 euro ai parenti del defunto per il pagamento della tariffa e la compilazione del bollettino. Che non avveniva mai. Come scrive il giudice per le indagini preliminari Borrelli: “Rispetto alle operazioni sui cadaveri avvenute nel 2015, il Comune di Nola ha incassato- con esclusivo riferimento al cimitero di Nola e non a quello di Piazzolla- una cifra sensibilmente inferiore al dovuto, segno che il regolare pagamento degli oneri comunali era merce rara e che, evidentemente, ciò avveniva perché i privati pagavano nelle mani degli addetti”.

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