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“Figli che uccidono, mostri nati dal disagio ma possono essere aiutati”

La criminologa Mariarosaria Alfieri

L’omicidio di Ferrara ci riporta ad uno dei temi più inquietanti nella storia dell’uomo : l’uccisione della propria famiglia. Pietro Maso, Ferdinando Carretta, Doretta Graneris, Erika Di Nardo, sono tutti ragazzi, figli più o meno giovani che hanno sterminato le proprie famiglie, hanno tolto brutalmente la vita a quelle stesse persone che li avevano messi al mondo. Ci meravigliano, ci lasciano senza parole, a tratti ci spaventano, perché uccidere un genitore è come eliminare se stessi, la propria provenienza, la propria stirpe. L’omicidio dei genitori, è uno degli argomenti più antichi della storia dell’umanità. Diversamente e ciclicamente rappresentato, tanto nella mitologia, quanto nella religione, dall’Antico Testamento ai giorni nostri. In primis, colpisce l’età dei minori autori di delitti così efferati. Spesso infatti, si tratta di veri e propri ragazzini, poco più che bambini, che però uccidono impiegando una violenza inaudita. Ancora peggio, se ci si sofferma sulle motivazioni, alla base di delitti così cruenti: si tratta infatti, di motivazioni futili o quasi assenti. E ancora, colpisce lo stato emotivo del giovane, vale a dire la freddezza e la determinazione nel compiere l’omicidio e l’assenza di rimorso in seguito. Il più delle volte, poi, si tratta di giovani che appartengono a famiglie benestanti, dato molto importante questo, in quanto fa cadere anche quel paradigma sociologico in base al quale molti delitti venivano spiegati come una forma di vendetta dei “poveri”, nei confronti degli strati sociali più agiati. La criminologia definisce l’uccisione di entrambi i genitori e/o lo sterminio della famiglia da parte di un figlio divenuto killer, parenticidio. Abbiamo diversi tipi di parenticidi: 1) i malati di mente, per lo più schizofrenici, 2) i vendicatori nei confronti dell’aggressività per lo più paterna, 3) i liberatori, che cercano una via di emancipazione attraverso lo sterminio della famiglia. Attualmente, il parenticidio, non può che rappresentare la punta di un iceberg, ovvero la manifestazione più grave della crisi e del fallimento della famiglia. Ma in termini pratici cosa si agita nella mente di chi uccide un genitore? Il tema dell’uccisione in questo contesto sicuramente rappresenta una rivolta e un frantumare un ulteriore tabù: quello della verticalità. Se nell’uccidere il mio simile, simbolicamente uccido chi mi sta alla pari, nell’uccidere un genitore uccido chi mi ha dato la vita. In realtà è il gesto che maggiormente offende la nostra condizione di essere umano. Nella fattispecie, uccidere il padre che dovrebbe essere la forza educatrice, la guida sta ad indicare non voler accettare alcun tipo di regola. E’ come segare un ramo su cui si è seduti, in quanto l’azione violenta annienta la capacità razionale di chi la commette, facendolo piombare nella condizione di chi ha perduto completamente la sua identità. Vi sono alcuni casi poi, in cui la soffocante presenza del padre che invade la vita del figlio fino a non consentirgli uno sviluppo se non in termini di una identificazione con se stesso, produce un accumulo di rabbia che può esprimersi in una fase di difficoltà ed alterare il normale sviluppo del soggetto, fino a commettere un’azione di ribellione talmente violenta da eliminare fisicamente l’altro per la propria sopravvivenza. Uccidere la madre al contrario rappresenta la negazione di quel mondo che ci collega all’affettività, all’emozione, al principio che ci nutre. La madre in realtà è ciò che mi contiene e mi fa crescere a partire dal suo ventre prima ancora di essere soggetto autonomo. Uccidere una madre rappresenta pertanto il rifiuto delle capacità affettive ed emozionali. La madre è l’elemento più difficile da affrontare nella nostra vita perché rappresenta la capacità di relazione che noi avremo con gli altri pur essendo fisicamente separati dagli altri. Ci sono in ultimo, famiglie che producono i fratricidi. Si tratta di contesti familiari disfunzionali, in cui i genitori non hanno saputo insegnare ai figli il giusto ed equilibrato amore tra fratelli. L’amore si trasforma cosi in gelosia, invidia per arrivare all’uccisione di un fratello da parte dell’altro. Spesso accade che fratelli più grandi uccidono quelli più piccoli, in questi casi si vuole distruggere l’infanzia, l’innocenza è come se il fratello omicida non avesse vissuto l’infanzia e la volesse negare anche all’altro.

Abbiamo chiesto a Mariarosaria Alfieri, criminologa, di approfondire questo complesso e doloroso tema.

Secondo lei cosa scatta nella mente di ragazzi cosi giovani per portali a compiere gesti cosi estremi?

“Omicidi cosi efferati non avvengono all’improvviso. Nessuno di noi diventa criminale da un giorno all’altro. In criminologia parliamo di “percorso criminale ” che parte dal disagio, passa per la devianza e arriva al crimine in senso stretto. Prima di arrivare ad un crimine cosi cruento si sono avuti sicuramente dei segnali di allarme e di disagio che sono stati erroneamente sottovalutati perchè solo intercettando quegli indicatori si possono e devono evitare gesti cosi estremi”.

Nel caso di Ferrara a quanto pare i giovani subito dopo l’omicidio si sono messi a giocare ai videogiochi, invece di pentirsi e rendersi conto di quanto accaduto?

“Nel caso di omicidi “mostruosi” commessi da adolescenti molte volte capita che i giovani vivano una vera e propria anestesia emozionale, vedono la morte come un nuovo livello di un videogioco e tendano nell’immediato a rimuovere quanto commesso. Nel caso specifico di Ferrara del resto dobbiamo tener presente che tra i due giovani (il figlio della coppia uccisa e l’amico) è scattato un meccanismo tipico delle coppie criminali. Si è innescato una sorta di circuito omicidiario che si e’ consumato e spento a delitto compiuto”.

Questi delitti cosi efferati sono lo specchio del nostro tempo?

“La storia criminologica ci insegna che figli assassini ci sono sempre stati, cosi come le donne e gli uomini che uccidono, Ovviamente da un punto di vista sociologico il crimine ha subito negli ultimi anni, complici anche le nuove tecnologie, delle trasformazioni. Compito della criminologia intesa come scienza seria e complessa è però quello di non generalizzare. I fenomeni criminosi vanno analizzati singolarmente seppur nell’ottica della multidisciplinarietà e della interdisciplinarietà. Questo significa che i “mostri” non esistono, ma coloro che commettono crimini seppur efferati fanno parte di un contesto sociale, culturale, familiare ben definito e da lì che si dovrebbe cominciare”.

Come possono essere evitati o controllati tali delitti?

“E’ semplice: attraverso una sana e seria opera di prevenzione primaria. Una prevenzione a lungo termine che parta dai bambini in età pedagogica per arrivare poi agli adolescenti e agli adulti. Per prevenzione intendo, educare e rieducare ai giusti valori del rispetto delle differenze. Rispetto in primis per se stessi e poi rispetto per gli altri”.


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