Irpinia, camorra a più teste: nuovo clan nel Baianese

AVELLA (Bianca Bianco- Il Mattino)- Una camorra in costante evoluzione. La malavita irpina, così come è  disegnata dal rapporto semestrale della direzione investigativa antimafia sulla criminalità organizzata in Campania,  è come la mitologica Idra, mostro dalle testa immortale: non bastano indagini e processi a decapitarla definitivamente, la radice malata non si secca. Anzi attecchisce, per esempio nei territori da sempre fertili eppure rimasti per anni in un limbo come il Baianese. E’ questo comprensorio chiuso in una valle al confine tra due province, Avellino e Napoli, che sforna l’ultimo clan irpino, quel “Nuovo ordine di zona” che il pubblico ministero della Dda, Francesco Soviero, ha incasellato senza remore tra le nuove ed emergenti organizzazioni criminali che hanno infestato l’area avellinese ed il vicino agro nolano nell’ultimo lustro. Il vaso di Pandora della malavita locale è stato scoperchiato nel duemilaquindici quando il sequestro lampo di un imprenditore beneventano ad Avella e l’arresto dei suoi aguzzini portò gli inquirenti dritti al cuore di un sodalizio criminale made in Irpina, composto da vecchie leve dei clan del Vallo di Lauro e nuovi adepti, affamati di denaro e senza scrupoli,  capaci di ammazzare per affermare il proprio monopolio camorrista come hanno dimostrato con gli omicidi di Fortunato Miele e Felice Basile nel 2013. Da quel singolo e cruento episodio avvenuto ad Avella nel 2015, gli investigatori hanno dipanato una intricata matassa e dimostrato come il malaffare nel Baianese si fosse  infiltrato come un parassita non solo nel tessuto imprenditoriale, che in molti casi soggiaceva alle regole del gioco imposte dalla Noz, ma anche  in quello amministrativo. Basti pensare ai professionisti e dirigenti finiti nell’inchiesta “Mandamento”, ordinata dalla Dda di Soviero, lo scorso ottobre. Un’operazione che ha tagliato la testa all’ennesimo “mostro”, ma che non ha fatto abbassare la guardia agli inquirenti. Il Baianese, soprattutto in ragione degli appalti e dei fondi europei elargiti nei suoi sei comuni, resta un obiettivo ambito. Lo scrive anche il rapporto della Dia che riassume i primi sei mesi di attività investigativa e processuale in tutta Italia contro le mafie: il mandamento, insieme al Vallo di Lauro, alla Valle Caudina, all’Alta Irpinia, al comprensorio Montorese-Solofrano ed alla zona di Ariano “sembra maggiormente risentire della pressione” della camorra. Il Nuovo ordine di zona non viene ancora inserito nella mappa territoriale della Dia, mentre si confermano quei gruppi “più strutturati” come gli storici Cava e Graziano di Quindici, il clan Pagnozzi attivo tra l’Irpinia ed il Sannio sino alla provincia di Caserta e Roma. Padroni incontrastati del malaffare restano i Cava, nonostante arresti e detenzioni dei suoi boss che hanno sì inciso sugli equilibri interni dell’organizzazione, rileva la direzione investigativa antimafia, ma non ha scalfito il potere di controllo sulle attività criminali, in particolar modo ad Avellino (insieme al clan Genovese), nel Nolano e nel Vesuviano. I Cava sono ancora in fibrillazione, risentono di squilibri interni come dimostra l’omicidio di Giulio Maffettone, ritenuto ex braccio destro di Biagio Cava, avvenuto nel marzo del 2016, ma continua ad affermare il proprio predominio. Attraverso una falange armata operativa nel cuore del Nolano, il clan Sangermano, legato da vicoli anche familiari, i Cava hanno poi imposto il marchio del proprio sodalizio in diversi comuni dell’Agro come San Vitaliano, Scisciano,Cicciano, Roccarainola, Cimitile, Carbonara di Nola e Saviano. Meno potente ma vivo il clan rivale dei Graziano che ha esteso in propri tentacoli sono all’agro nocerino sarnese grazie alla affiliazione di esponenti di spessore della malavita del posto. Cinque clan in una provincia di 410mila abitanti, mostri dalle cento teste capaci di rinascere dalle cenere delle proprie disfatte.

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