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Nola, il dolore di Anna: mio marito Giovanni da 10 anni senza giustizia

NOLA- Da dieci anni senza giustizia. E’ la storia di Anna Vitale, vedova di Giovanni Di Lorenzo, una delle tante vittime sul lavoro. Giovanni morì a soli 31 anni il 26 luglio del 2007 in un cantiere a Baiano. Dopo due lustri, il processo in appello contro i presunti responsabili della sua morte non è ancora iniziato e si avvicina la prescrizione che per il reato di omicidio colposo si prescrive dopo 12 anni e mezzo. La prima udienza è in calendario per il 7 novembre 2017, salvo rinvii. Giovanni morì mentre lavorava su una ruspa in una zona di montagna: durante le manovre perse il controllo del mezzo e ne finì schiacciato. Una morte orrenda, ma soprattutto, scrive la vedova, che si poteva evitare:  “La ruspa non era a norma e priva di presidi di protezione nel caso di ribaltamento- scrive-  tanto più necessari in quanto il mezzo era destinato su una strada in forte pendenza”. Giovanni aveva una bambina di due anni che da allora vive senza il papà: “La mia vita era serena- racconta Anna- poi un giorno arriva il dolore, quello grande che porta via tutto, anche il desiderio stesso di vivere”. Al lutto, si è aggiunta l’odissea giudiziaria. Solo dopo cinque anni, nel 2012, è arrivata la sentenza contro quattro imputati: un responsabile del procedimento di appalto nominato dal comune (che ha commissionato i lavori), una coordinatrice per la sicurezza in fase di progettazione e in fase di esecuzione dei lavori, e i due datori di lavoro. I primi due assolti, i datori di lavoro invece condannati a due anni con pena sospesa. Ma c’è l’appello, che non ancora inizia dopo cinque anni dal primo grado, col rischio della prescrizione: “Mia figlia è cresciuta, ora vuole e pretende giustizia per un papà che non le hanno dato la possibilità di conoscere, di passeggiare insieme, giocare ed essere coccolata; mia figlia aveva appena due anni allora, purtroppo non ha ricordi del padre. La mia paura è che vada tutto in prescrizione, mio marito era un ragazzo di 31 anni pieno di vita, e non è possibile che gli imputati giudicati colpevoli non paghino per ciò che hanno fatto: sono liberi di condurre una vita normale. Chiedo alle istituzioni, alle associazioni, alla politica e ai mezzi d’informazione di riaccendere i riflettori sul caso di mio marito.”


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