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Camorra: è morto Biagio Cava, boss del Vallo di Lauro

QUINDICI – Al carcere ai domiciliari. Poi dall’abitazione all’ospedale. L’intervento, l’agonia, infine la morte. È durato due mesi, fino a quello definitivo di ieri l’addio a Biagio Cava, il boss 62enne del Vallo Lauro, protagonista indiscusso degli ultimi trent’anni di storia della criminalità organizzata irpina. Capo di uno dei clan, quello ovviamente omonimo, che in guerra con quello dei Graziano ha lasciato nei comuni del Vallo una lunga scia di sangue frutto di una faida che ha segnato quasi irrimediabilmente il territorio a cavallo tra le province di Avellino e Napoli Il boss è morto all’ospedale “Cardarelli”, dove a fine settembre era stato operato di tumore al cervello. Pochi giorni prima, il 16 settembre, era tornato a Quindici, provenendo dal carcere di Sassari, dopo la concessione del rinvio di esecuzione della pena per motivi di salute. Il rinvio era stato deciso dai giudici di sorveglianza in quanto convinti che il detenuto non potesse sopportare il regime di carcerazione per le sue condizioni. Il decesso, avvenuto a distanza di poco più di due mesi, conferma in pieno la tesi delle toghe.  Cava doveva scontare 30 anni di carcere per svariati reati associativi. Dal 2006 era recluso, al regime del 41 bis. Prima nel carcere di massima sicurezza di Tolmezzo, in provincia di Udine, quindi nel supercarcere di Bancali a Sassari. La sua latitanza finì il 17 ottobre del 2006.  Nel 1994 era già stato arrestato dalla Mobile di Avellino a San Gennarello di Ottaviano. Nel 2000 venne scarcerato per decorrenza dei termini di custodia cautelare dopo un’assoluzione in appello. Così tornò a sparire per due anni. Ma il 7 febbraio 2002 venne riconosciuto e fermato dalla polizia francese all’aeroporto di Nizza, documenti falsi e una valigia piena di contanti, pronto ad imbarcarsi per New York.  Cava passò quindi sei mesi di carcere in Francia, per essere poi trasferito in Italia. Finì così al 41 Bis, dalla Dda di Napoli l’accusa di essere l’organizzatore del tentato rapimento di Luigi Salvatore Graziano da parte di un commando di falsi carabinieri nel maggio 2000. Il 21 aprile 2004 venne assolto. Uscì e riprese la sua vita segreta: introvabile per tutti. Impossibile notificargli l’obbligo di dimora.  Il 2006 è l’anno in cui comincia a cedere il suo sistema. A marzo venne scovato prima Antonio Cava, cugino di  Biagio e numero due del clan. Dopo poche ore arrivarono anche altri sei arresti di affiliati al clan. Associazione a delinquere finalizzata all’estorsione era l’accusa che pendeva anche sul capo indiscusso dell’organizzazione. E a ottobre di quell’anno fu il suo turno. Il 17 ottobre i poliziotti del commissariato di Lauro, guidati dal vice questore Pio Amoriello, si intestarono la paternità dell’arresto del boss. In collaborazione con le squadre mobili di Avellino e Napoli, dirette dai dirigenti Trabunella e Pisani, lo pescarono in un boschetto vicino casa al confine tra Pago e Quindici.  Le cronache raccontano che era nascosto, come fosse un guerrigliero, in un noccioleto, vicino alla sua villa poi posta sotto sequestro e confiscata a Pago del Vallo di Lauro. Una villa bunker che è ancora oggi ben visibile, anche se vandalizzata. Lo arrestarono proprio nel giorno successivo al suo cinquantunesimo compleanno: si era trattenuto troppo alla festa. Nell’operazione furono impegnati 70 agenti.  Undici anni dopo è tornato a Quindici. In precarie condizioni di salute, per poi finire al «Cardarelli» piantonato, dopo l’operazione, anche in corsia. Tutto fino a ieri, con la sua morte. (il mattino)


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