Semi di cannabis autofiorenti: alla scoperta della loro storia

Il mondo della cannabis è ricco di sfaccettature interessanti. Nel momento in cui le si chiama in causa, non si possono non nominare i semi di cannabis autofiorenti. Come forse già sai, si tratta di una tipologia di semi che si contraddistingue per il fatto di fiorire senza alcun legame con la fotoperiodicità. La fase di fioritura, infatti, inizia non appena la varietà raggiunge una certa età. Semplici da coltivare – non a caso sono adatti ai principianti – i semi di cannabis autofiorenti hanno una storia che vale la pena raccontare. Pronto a scoprirla?

I primi passi

Come in molti casi quando si parla di vicende legate al mondo della cannabis, anche nella storia dei semi autofiorenti c’è un inizio avvolto nel mistero. Secondo i punti di vista più accreditati, sarebbe cominciato tutto attorno agli anni ‘70 quando, grazie ad alcuni breeder pionieri, presero il via degli esperimenti incentrati su ibridi caratterizzati dalla presenza di cannabis ruderalis. Questa varietà, proveniente da zone del mondo particolarmente fredde – p.e. la Russia – è abituata a crescere in poco tempo in condizioni climatiche poco favorevoli.

Nel periodo sopra citato, iniziò a farsi strada nel panorama dei breeder Neville Schoenmaker. Nato nel 1956 e venuto a mancare nel 2019, è considerato il fondatore della prima seed bank al mondo. Il suo nome è noto perché, negli anni ‘70, assieme ad altri breeder decise di prendere posizione e di invocare la creazione di un ibrido il più stabile possibile caratterizzato dalla presenza sia della ruderalis, sia della varietà indica e di quella sativa.

Raccontare la storia – o meglio i primi passi – dei semi di cannabis autofiorenti significa narrare le vicende di un altro grande nome tra i breeder di quegli anni. Si tratta del canadese Joint Doctor, figura mitica nel mondo della cannabis, che, sempre negli anni ‘70, ricevette in dono da un amico alcuni semi. Quest’ultimo, credeva fossero un incrocio tra la cannabis ruderalis e una varietà di origine messicana.

Alla prova della fioritura, la varietà di cannabis chiamata Mexican Rudy concretizzò tempi inimmaginabili. Anche se la somiglianza rispetto con le autofiorenti oggi in commercio è lontana, questa varietà è considerata il primo passo verso il raggiungimento di un traguardo che, come ben sa chi conosce il mercato della cannabis, ha letteralmente rivoluzionato l’approccio alla coltivazione della pianta.

Dagli anni 2000 ad oggi

La prima svolta drastica nella storia dei semi di cannabis autofiorenti è arrivata all’inizio del terzo millennio. A quel periodo, infatti, si può far risalire la commercializzazione su larga scala della Lowryder, ibrido creato sempre dal celebre Joint Doctor. Oggi come oggi, quando la si nomina si inquadra la prima autofiorente ufficiale al mondo. Attorno al suo nome girano diverse “leggende”. C’è chi, addirittura, parla del raggiungimento di questo importante risultato a seguito di un percorso di ibridazione che avrebbe coinvolto ben 9 generazioni. Grazie ad esso, però, sarebbe stato possibile stabilizzare le caratteristiche dovute alla presenza di cannabis ruderalis.

Giusto per soffermarci un attimo sulle sue caratteristiche, ricordiamo che si tratta di una pianta di altezza contenuta. Parliamo infatti di massimo 40 centimetri. In linea generale, tutti i semi autofiorenti danno piante basse. Ciò rappresenta un vantaggio per i piccolissimi coltivatori che, in questo modo, riescono a procedere tranquillamente anche in ambito domestico, dando vita a raccolti che non attirano particolarmente l’attenzione.

La Lowryder è stata solo il calcio d’inizio della partita delle autofiorenti sul mercato! Dopo il suo arrivo, infatti, poco dopo è stata lanciata la Lowryder 2 e i breeder hanno arricchito tantissimo la gamma di soluzioni disponibili in commercio. A dimostrazione di ciò, è possibile chiamare in causa la decisione di creare versioni autofiorenti delle varietà fotoperiodiche più famose.

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