giovedì, Maggio 21, 2026
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Nola, moda low cost e lavoro sfruttato: amministrazione giudiziaria per “Piazza Italia”

NOLA (rgl) – Dietro le vetrine curate e i prezzi competitivi della moda “accessibile”, la Procura di Prato ha acceso un faro su un sistema produttivo che, secondo gli inquirenti, avrebbe prosperato sull’ombra dello sfruttamento. Un’indagine che attraversa l’Italia, collega la Toscana alla Campania e porta oggi a un provvedimento senza precedenti: l’amministrazione giudiziaria di Piazza Italia, società per azioni con sede a Nola, attiva nel settore moda e presente con punti vendita su tutto il territorio nazionale. Lo riportano il Fatto Quotidiano.it e l’edizione fiorentina di Repubblica.

IL PROVVEDIMENTO – Il decreto è stato emesso dal Tribunale per le Misure di Prevenzione di Firenze, su richiesta della Procura di Prato, e rappresenta il primo caso del genere in Toscana. Secondo l’accusa, la società nolana avrebbe colposamente agevolato lo sfruttamento lavorativo, affidando una parte rilevante della produzione dei propri capi, per almeno tre anni a partire dal 2022, a due aziende di Prato. Imprese che si sono avvicendate nello stesso stabilimento e che erano gestite da imprenditori di origine cinese, oggi indagati per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro.

PRODUZIONE ESTERNALIZZATA E PREZZI FUORI MERCATO – Secondo quanto ricostruito dalla Procura, il sistema avrebbe consentito alla società committente di praticare prezzi fortemente anticoncorrenziali, riuscendo così ad affermarsi nella fascia medio-bassa del mercato dell’abbigliamento. Un modello produttivo che, come ha sottolineato il procuratore di Prato Luca Tescaroli, era “basato sulla massimizzazione del profitto” e avrebbe garantito margini di guadagno stimati intorno al 300% rispetto ai costi di produzione.

LA “COLPEVOLE INERIZA” DELLA SOCIETA’ – Nel provvedimento, il Tribunale non contesta un coinvolgimento diretto nello sfruttamento, ma parla apertamente di “colpevole inerzia” e mancata vigilanza da parte della società per azioni di Nola. Secondo i giudici, l’azienda non avrebbe mai verificato la reale capacità imprenditoriale delle ditte terziste, né controllato le condizioni in cui venivano realizzati i capi di abbigliamento. Nessun audit, nessun verbale, nessun contratto specifico: l’unica verifica effettuata riguardava la qualità del prodotto finito.

LAVORATORI IN NERO E CONDIZIONI DEGRADANTI – Le indagini della Procura pratese hanno invece portato alla luce una realtà ben diversa. Le imprese terziste avrebbero impiegato manodopera irregolare, inclusi lavoratori immigrati privi di permesso di soggiorno, costretti a turni massacranti, salari non conformi e condizioni di sicurezza e alloggiative definite degradanti. Una forma di sfruttamento che ricalca, secondo gli inquirenti, i “classici schemi” del lavoro illegale nel settore tessile, già emersi in numerose indagini nel distretto pratese.

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