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Ospedale San Giovanni Bosco, l’ombra del clan Contini: certificati falsi, estorsioni e riciclaggio, 4 arrestati

NAPOLI (rgl) – Un ospedale trasformato in terreno di conquista, un clan capace di insinuarsi tra reparti, uffici e servizi interni come se fossero parte del proprio patrimonio criminale. È l’immagine inquietante che emerge dall’inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, che questa mattina ha portato all’esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di quattro persone, tre delle quali già arrestate. L’operazione è stata condotta dai Carabinieri del Nucleo Investigativo e dal Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza. Secondo gli inquirenti, gli indagati sarebbero gravemente coinvolti in un ampio ventaglio di reati: associazione mafiosa armata, corruzione, falsa testimonianza, estorsione, usura, riciclaggio, accesso abusivo a sistemi informatici e falsificazione di atti pubblici. Un mosaico criminale che, secondo le indagini, ruotava attorno al clan Contini, una delle articolazioni più radicate dell’Alleanza di Secondigliano.

Le investigazioni, avviate grazie alle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, avrebbero svelato un sistema consolidato di infiltrazione all’interno dell’ospedale San Giovanni Bosco. Qui il clan avrebbe imposto la propria presenza attraverso minacce ai dirigenti, rapporti collusivi con pubblici ufficiali e l’uso di prestanome. In questo modo avrebbe assunto il controllo di bar, buvette e distributori automatici, gestiti senza autorizzazioni, senza pagare i canoni dovuti all’ASL e sfruttando abusivamente le utenze del nosocomio. Ma il controllo economico non sarebbe stato l’unico fronte. L’inchiesta ipotizza anche un sistema di favori illeciti garantiti a esponenti del clan e gruppi criminali collegati: ricoveri ottenuti bypassando le procedure, certificazioni mediche false — talvolta finalizzate a ottenere scarcerazioni indebite — e perfino il trasporto illegale di salme tramite ambulanze, in violazione delle norme sui servizi funebri.

Un ruolo chiave sarebbe stato svolto da personale sanitario e parasanitario compiacente, addetti alla vigilanza privata e dipendenti di ditte operanti all’interno dell’ospedale. In alcuni casi, secondo gli investigatori, questi soggetti avrebbero agito sotto minaccia; in altri, avrebbero partecipato attivamente al sistema. Il quadro si completa con un ulteriore filone: le truffe assicurative. Medici e professionisti avrebbero contribuito a simulare incidenti stradali, reclutando falsi testimoni e redigendo perizie mendaci, con l’obiettivo di ottenere risarcimenti indebiti da compagnie assicurative. Tra gli indagati figura anche un avvocato, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo la Dda, il professionista avrebbe messo stabilmente le proprie competenze al servizio del clan, fungendo da tramite con gli ambienti carcerari, gestendo informazioni sulle cosiddette “mesate” destinate ai familiari degli affiliati e offrendo consulenze per la gestione e l’investimento dei proventi illeciti. Avrebbe inoltre svolto un ruolo di intermediario con pubblici ufficiali infedeli per ottenere informazioni riservate.

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