NAPOLI (rgl) – “Mi vogliono zittire”. Non usa mezzi termini l’avvocato Francesco Petruzzi, che rompe il silenzio e accende i riflettori su una vicenda che, da giorni, lo vede al centro di un acceso confronto con altri professionisti del foro. Secondo il legale, difensore della famiglia del piccolo Domenico Caliendo, si starebbe muovendo un tentativo per limitarne l’azione e, di fatto, estrometterlo dal caso. Una pressione che lui stesso racconta con parole nette: “Sto toccando poteri forti”, afferma in una nota, spiegando di aver ricevuto segnali preoccupanti sul proprio futuro professionale. Il cuore della vicenda ruota attorno alla comunicazione con la stampa. Petruzzi sostiene che alcuni colleghi, “incitati da un post di un avvocato”, avrebbero avviato una campagna nei suoi confronti, prospettando persino possibili conseguenze disciplinari qualora continuasse a rilasciare dichiarazioni ai giornalisti. “Mi giunge notizia che il mio ordine professionale stia per notificarmi un esposto”, denuncia il legale, che però non arretra. “Non mi fermo – aggiunge – perché l’Italia ha diritto di sapere la verità”. Una verità che, secondo Petruzzi, sarebbe già contenuta negli atti e non coperta da segreto. Nel suo intervento, l’avvocato evidenzia anche una presunta disparità di trattamento, richiamando casi mediatici del passato: “Dopo vent’anni si parla ancora di Garlasco e i colleghi continuano a farlo liberamente anche in televisione. Non mi pare che qualcuno li abbia minacciati per questo”. Parole che suonano come un atto d’accusa ma anche come una linea di difesa ben precisa. Petruzzi rivendica infatti il proprio ruolo, sottolineando di non cercare visibilità: “Sono i giornalisti che cercano me, non il contrario”. E rilancia con un sospetto ancora più forte: “Potrei pensare che qualcuno stia chiedendo la mia sospensione dall’attività di avvocato per togliermi il mandato”. Un’ipotesi che, se confermata, aprirebbe scenari delicati non solo sul piano professionale ma anche su quello giudiziario. La vicenda si inserisce in un contesto già complesso e carico di tensioni, dove il confine tra diritto di difesa, comunicazione e deontologia professionale diventa sempre più sottile. Nel frattempo, Petruzzi non arretra e chiude con un appello: “Mi auguro che nessuno tenti di trascinare questa difesa e quella degli indagati in vane istanze disciplinari”.






