BAIANO (Nello Lauro) – L’inclusione nello sport non è un concetto astratto: è una sfida quotidiana fatta di diritti, ostacoli, paure e speranze. Per raccontarla servono due voci che vivono questo tema da prospettive diverse ma complementari: quella di chi conosce la legge e quella di chi lavora sul campo. La prima è Katia Lace, avvocato, garante per la Disabilità del comune di Sirignano e terapista Aba. Professionista rigorosa e madre di un ragazzo autistico, Katia conosce dall’interno cosa significa cercare un posto nello sport per un figlio con disabilità: le esclusioni, le scuse, le barriere culturali, ma anche il potere trasformativo dell’attività motoria. La seconda è Marianna Corrado, personal trainer laureata in Scienze Motorie, che da anni lavora nella sua palestra Fitness Love Gym (via Matteotti, 56 a Sperone/Baiano) con ragazzi con fragilità attraverso movimento, ballo, musica e attività motorie adattate. Marianna porta sul campo ciò che Katia vede nelle norme: l’inclusione possibile, concreta, quotidiana. Per lei, ogni ragazzo è un mondo da accogliere, non un problema da gestire. Questo articolo in tre puntate nasce per intrecciare le loro prospettive: la legge e il cuore, il metodo e l’esperienza, la denuncia e la speranza. Lo sport è un linguaggio universale. Per molti ragazzi è un passatempo, per altri un sogno. Per un ragazzo con disabilità, invece, può essere una rivoluzione. Lo confermano Katia e Marianna, che da due mondi diversi raccontano la stessa verità: lo sport è un diritto, non un favore.

IL VALORE DELLO SPORT SECONDO KATIA: PER UN RAGAZZO CON DISABILITA’ VALE DOPPIO – “Lo sport è più importante per un ragazzo con disabilità che per un normodotato”, spiega Katia. “Non solo per il benessere fisico, ma perché permette di generalizzare abilità fondamentali: attesa, turnazione, comunicazione verbale o con segni, relazione sociale. Tutto ciò che si impara in terapia Aba deve essere portato nella vita reale, e lo sport è uno degli ambienti migliori per farlo”. Katia insiste su un punto spesso ignorato: l’attività motoria non è un “di più”, ma parte integrante del percorso riabilitativo. “Nell’Aba la generalizzazione è un passaggio obbligato: ciò che si impara in terapia deve essere verificato in ambienti naturali. E cosa c’è di più naturale dello sport? È lì che un ragazzo impara davvero a gestire l’attesa, a rispettare un turno, a comunicare con l’altro, a tollerare la frustrazione, a condividere uno spazio”. Poi aggiunge un dettaglio che racconta la realtà: “Le abilità sociali si verificano solo in ambienti dove c’è l’altro: scuola, sport, gruppo. Senza questi contesti, non possono crescere. E se questi contesti li escludono, allora stiamo togliendo ai ragazzi la possibilità di svilupparsi”.

IL VALORE DELLO SPORT PER MARIANNA: “IL CORPO PARLA ANCHE QUANDO LE PAROLE NON ARRIVANO” – Marianna vede ogni giorno ciò che Katia descrive dal punto di vista clinico. “Il movimento, il ballo, la musica: sono strumenti potentissimi. Aiutano la coordinazione, la motricità, la concentrazione. Ma soprattutto liberano emozioni. Il corpo parla anche quando le parole non arrivano”. Il suo metodo parte dall’Aba, ma si fonda sulla relazione: “Un allenamento inclusivo si costruisce con tecniche educative, spiegazioni chiare, procedure adattate. Ma senza empatia non funziona nulla. Se non crei connessione, non ottieni risultati. Ogni ragazzo ha un suo ritmo, un suo modo di capire, un suo modo di esprimersi”.Marianna non vede “limiti”: vede modalità diverse. “Quando lavoro con un ragazzo con disabilità, non penso a ciò che non può fare, ma a ciò che può fare in un modo diverso. E da lì costruiamo tutto il resto. L’obiettivo non è la performance: è la serenità, la partecipazione, la crescita”.
Katia porta la visione giuridica ed educativa. Marianna porta la visione motoria e relazionale. Insieme mostrano che l’inclusione non è un’utopia: è un percorso possibile, se si uniscono competenze e volontà. La prima puntata si chiude con un messaggio condiviso: Lo sport è un luogo dove si cresce, si impara, si diventa parte di qualcosa. E ogni ragazzo con disabilità ha il diritto di entrarci.







