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Sport e disabilità: “L’inclusione non è un favore, è un modello che cambia noi”

BAIANO (Nello Lauro) –  Dopo aver raccontato il valore dello sport per un ragazzo con disabilità e aver affrontato la parte più scomoda dell’inclusione, quella delle barriere invisibili, questa terza ed ultima puntata guarda avanti. Prova a rispondere alla domanda più difficile: cosa serve davvero per costruire un modello di inclusione sportiva che funzioni, che sia reale, stabile e replicabile? A guidarci sono ancora una volta Katia Lace, avvocato, Garante per la Disabilità del Comune di Sirignano e terapista ABA, e Marianna Corrado, personal trainer laureata in Scienze Motorie e fondatrice della Fitness Love Gym di Sperone/Baiano. Due prospettive diverse ma complementari: quella dei diritti e quella della pratica quotidiana; quella delle tutele e quella della relazione; quella delle norme e quella dei corpi che si muovono, si incontrano, crescono insieme.

Katia Lace

L’inclusione sportiva non nasce per caso. Non basta la buona volontà, non basta “provare”, non basta dichiararsi aperti a tutti. Funziona solo quando esiste un metodo, una rete, una visione. È il punto da cui parte Katia Lace, che lo dice con chiarezza: “L’inclusione non è un favore: è un diritto. E come ogni diritto, ha bisogno di tutele, procedure, responsabilità chiare”. Per Katia, le strutture devono sapere cosa fare, devono avere protocolli, personale formato, spazi adeguati. “Non si può improvvisare. L’inclusione non è un atto di gentilezza: è un dovere previsto dalla legge”. E aggiunge un passaggio decisivo: “L’inclusione fallisce quando si scaricano responsabilità. Funziona quando si costruisce una rete”. Una rete in cui famiglie, istruttori e amministrazioni non si delegano a vicenda, ma collaborano.

 

Se la prospettiva di Katia è quella dei diritti, quella di Marianna è la palestra, il campo, la vita reale. Qui l’inclusione non è teoria, è relazione. “Serve un istruttore che sappia osservare, adattare, accogliere”, racconta. “Serve un gruppo che capisca che la diversità non è un limite, ma un valore. Serve una palestra che abbia una cultura, non solo attrezzi”. Marianna lo ripete spesso: non tutti possono fare inclusione, e non è una colpa. “È una consapevolezza. L’inclusione richiede empatia, pazienza, capacità di leggere i segnali dei ragazzi”. E richiede un gruppo capace di diventare più forte proprio perché accoglie. “Il gruppo non si indebolisce: si allarga”. Ma soprattutto richiede continuità: “L’inclusione non è una prova di una settimana. È un percorso. Serve tempo. Serve costanza. Serve fiducia”.

Marianna Corrado

Dalle parole di Katia e Marianna emerge una verità semplice e rivoluzionaria: l’inclusione non è un miracolo, è un metodo. Un modello possibile nasce da un’accoglienza strutturata, da un primo tutoraggio individuale, da un inserimento graduale nel gruppo, da una formazione continua degli istruttori, da una collaborazione reale tra famiglie e strutture, da un monitoraggio costante dei progressi, da valori condivisi che tengano insieme tutto. Non servono supereroi. Serve un sistema che funzioni. L’inclusione non è perfetta. Non è semplice. Non è immediata. Ma è possibile. E quando accade, cambia tutto: per il ragazzo, per il gruppo, per la comunità. Katia denuncia le barriere. Marianna dimostra che si possono abbattere. Insieme ci consegnano una verità che vale più di qualsiasi slogan: “L’inclusione non nasce dall’assenza di disabilità. Nasce dalla presenza di coraggio”. In tre puntate abbiamo visto cosa può fare lo sport, cosa lo ostacola e cosa serve per farlo funzionare davvero. Una cosa è certa: l’inclusione non è un atto spontaneo. È una scelta quotidiana. Una responsabilità collettiva. Un investimento umano. Katia Lace ci ha mostrato i diritti, le ferite, le barriere invisibili. Marianna Corrado ci ha mostrato la pratica, la relazione, la possibilità concreta. Insieme ci hanno insegnato che l’inclusione non è un favore, non è un’eccezione, non è un gesto isolato. È un modello. È un sistema. È un futuro che possiamo costruire. E soprattutto: l’inclusione non cambia i ragazzi con disabilità. Cambia noi.

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