ROMA (alads) – Un sopralluogo davanti all’abitazione del giornalista Sigfrido Ranucci un mese prima dell’attentato, un presunto intermediario incaricato di reclutare gli esecutori e il sospetto di un mandato arrivato dall’alto. Sono i nuovi elementi che emergono nell’inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma sull’esplosione avvenuta nell’ottobre 2025 davanti alla villetta del conduttore di Report, a Pomezia. La novità è l’iscrizione nel registro degli indagati di Valter Lavitola, imprenditore, ex giornalista ed ex editore, già coinvolto in passato in altre vicende giudiziarie. Per i magistrati romani sarebbe lui il presunto mandante dell’azione dinamitarda. Nei suoi confronti la Procura contesta, in concorso con gli altri indagati, anche il reato di strage, ipotesi che era già stata valutata per gli esecutori materiali ma che il gip non aveva accolto nell’ordinanza cautelare emessa la scorsa settimana. Secondo il decreto di perquisizione firmato il 4 luglio dai pm della Dda di piazzale Clodio, Lavitola avrebbe dato incarico a Gomes Clesio Tavares, cittadino camerunense di 47 anni ritenuto l’intermediario dell’operazione, di “individuare soggetti in grado di reperire esplosivo e farlo esplodere davanti all’abitazione del giornalista”. Gli inquirenti contestano inoltre che il 16 settembre 2025, circa un mese prima dell’attentato, Lavitola e Tavares avrebbero effettuato un sopralluogo nei pressi della casa di Ranucci, circostanza ritenuta significativa per ricostruire la fase preparatoria dell’azione. Nei giorni scorsi i carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma e Frascati hanno eseguito una perquisizione domiciliare nell’abitazione di Lavitola. Durante le attività sono stati sequestrati telefono cellulare e computer, strumenti che potrebbero contenere elementi utili a chiarire il movente e i contatti intercorsi con gli altri indagati. Al momento gli investigatori non escludono alcuna pista e stanno cercando di ricostruire il contesto che avrebbe portato all’organizzazione del blitz dinamitardo. La scorsa settimana quattro persone sono state raggiunte da misure cautelari. Si tratta di Pellegrino D’Avino e della moglie Marika De Filippis, residenti ad Avella, di Saverio Mutone, residente a Sperone, e di Antonio Passariello, 53 anni, originario di Mugnano del Cardinale e domiciliato nel rione Iacp a Cicciano e padre biologico di D’Avino. Secondo il gip, nei loro confronti esistono “elementi gravi, precisi e concordanti” per ritenere che abbiano preso parte all’azione criminosa offrendo ciascuno un contributo specifico. L’attentato sarebbe stato eseguito in cambio di denaro, per alcune migliaia di euro. Gli inquirenti ritengono che il gruppo sia stato contattato tramite un intermediario, indicato nelle intercettazioni semplicemente come “quello”, che avrebbe garantito anche supporto logistico e risorse economiche agli esecutori. La sera del 16 ottobre 2025 un ordigno esplose davanti al cancello dell’abitazione di Sigfrido Ranucci a Pomezia. L’esplosione distrusse le due auto del giornalista parcheggiate all’esterno e danneggiò il muro di cinta della villetta, senza provocare feriti. Le indagini dei carabinieri, basate su videosorveglianza, tabulati telefonici e accertamenti tecnico-scientifici, hanno ricostruito gli spostamenti del gruppo dalla Campania verso Roma e il successivo rientro dopo l’attentato. Dopo gli arresti, il giornalista è stato ascoltato dai magistrati come persona informata sui fatti. “Al momento gli inquirenti non escludono alcuna pista, stanno lavorando a 360 gradi”, ha dichiarato Ranucci al termine dell’audizione, spiegando di aver ripercorso con i pm alcune vecchie inchieste di Report che riguardavano l’area geografica in cui vivevano i componenti della banda. L’inchiesta entra ora in una nuova fase: accertare se dietro il commando che piazzò l’ordigno vi sia stata una regia esterna e chiarire definitivamente movente e mandanti dell’attentato.







