Ecco l’Eremo 3.0, preghiera, lavoro e futuro sulla collina viscianese

di Bianca Bianco 

 

Padre Giuseppe Pizza, priore all'Eremo dei Camaldoli

Padre Giuseppe Pizza, priore all’Eremo dei Camaldoli

VISCIANO- Una storia lunga cinquecento anni. Un simbolo che sorveglia l’Agro Nolano, ne è punto di riferimento e meta di preghiera. Uno spaccato della rigida vita monastica, ed una visuale privilegiata di una terra che vista dal Belvedere è meravigliosa, così luminosa e fertile, dall’Agro nolano al Golfo,e sullo sfondo le isole. Un posto in cui la modernità ha fatto irruzione, ma carica di buoni propositi. Quello che è oggi l’Eremo dei Camaldoli ce lo racconta padre Giuseppe Pizza della Congrega della Divina Redenzione, subentrata dal 1993 ai monaci dell’ordine camaldolese, rientrati alla casa generalizia di Frascati. Oggi l’Eremo non è più solo un rifugio spirituale, un luogo di meditazione e preghiera. E del resto mai è stato solo quello: “Questo tra gli eremi fondati dai camaldolesi fu definito in antichità il grassoso-spiega padre Giuseppe-perché laborioso. Tanto laborioso da arricchire col suo lavoro anche gli altri eremi”. Fondato nel XVII secolo per volontà di Pompeo Fellecchia, patrizio nolano (i lavori furono conclusi nella seconda metà del Seicento), l’eremo è oggi un gioiello di fede, arte e disciplina poggiato sulla collina aggredita dalla cementificazione. La regola della distanza di due km tra il centro abitato e le mura del monastero oggi non regge più, ed anche la comunità eremita è oggi tutt’uno con quella nolana, o quasi. “Oggi siamo in tre sacerdoti e quattro ospiti ad occuparci della struttura- racconta l’attuale priore-. Arrivati qui, ci siamo rimboccati le maniche e abbiamo ridato vita a questo luogo”. Prima il restauro delle celle e dell’edificio principale, il recupero delle cisterne sotterranee dimenticate e quello delle opere d’arte che impreziosiscono la Chiesa (come l’altare di Giuseppe Sammartino); poi il ripristino della regola benedettina del ‘prega e lavora’: “Abbiamo ripreso i dieci ettari di terreni, io e padre Gianni ci siamo dati da fare ed abbiamo ridato vita al vigneto che oggi produce Falanghina, Aglianico e pere ‘e palummo. Produciamo miele, olio biologico. Prodotti con cui in parte ci sosteniamo”. Un lavoro insignito lo scorso anno dal premio “Ruperto Da Nola”, questo è un presidio di Slow Food coccolato dagli ambientalisti; oggi qui si sta recuperando anche un preziosissimo e profumatissimo ‘Orto dei Semplici’. Ora et Labora, dunque, dove la parte spirituale è affidata non più alla sola preghiera, ma ad una equipe di specialisti che affiancano i sacerdoti per sostenere persone con difficoltà di ogni tipo, dalla malattia alla tossicodipendenza. C’è pure chi bussa ancora alle porte dell’eremo per allontanarsi semplicemente da una vita che lo opprime, oggi più che mai. Le porte sono aperte anche per le scuole che vogliono visitare la fattoria didattica e per i giovani, prossimamente, con l’inaugurazione dell’Ostello europeo. Tante attività che aiutano il monastero a sopravvivere in tempi di crisi della fede e dell’economia: “Lavoriamo molto- confida padre Giuseppe-ma forse ‘lì fuori’ si fa poco per questo posto”. Un luogo- simbolo che veglia sulla piana nolana con il suo tesoro di storie antiche e moderne da raccontare. Come quella di Majorana,che forse fu ospite delle vecchie celle. Padre Giuseppe non può darci indizi: “I monaci camaldolesi nel 1993 portarono tutto a Frascati. Io so poco, se non quello che ho letto nel libro del professor Meo. Qualcuno racconta che era proprio quel misterioso Ettore ad aiutare i monaci ad utilizzare il vecchio campanile meccanico, azionato con sistema di pesi e contrappesi complicato… Sono belle e romantiche suggestioni, ma non so quanto fondate”. O come le storie, rimaste segrete, dei monaci che in cinquecento anni hanno vissuto questi spazi: la meravigliosa cucina in maiolica del Seicento, rimasta intatta e usata ancora per preparare i pranzi, la Chiesa con l’altare di Sammartino e le tele del Mozzilo; il refettorio con la sua regola del silenzio,e le celle che sono state riprese ed utilizzate per altri scopi, tranne una. E’ la cella-museo, in cui padre Giuseppe ci accompagna. Due stanze che sembrano confortevoli rispetto all’immagine spartana che ci eravamo fatti, un luogo che, spiega il priore “era pensato per vivere, non solo per pregare, e dunque doveva rispondere anche al gusto dei frati”. In un angolo, una consunta valigia che dovette appartenere all’ultimo dei monaci che lasciò questo posto. Un oggetto che commuove più di ogni altro simbolo della vita monastica: l’intera vita di un uomo racchiusa in un bagaglio che non ha fatto nessun viaggio se non quello verso Dio. Lasciamo l’Eremo salutando questo priore contadino e imprenditore, padre Gianni l’apicoltore- falegname, il giovane impiegato laico Pietro Montanaro ed i bambini che rompono la regola del silenzio nella fattoria didattica. Ora et Labora 3.0, l’eremo è proiettato nel futuro, tra internet ed ostelli europei. L’antica Meridiana del Settecento resta però ancora lì, intatta,a segnare un tempo che sembra scorrere lento, tra il Belvedere mozzafiato, l’orologio di Majorana e i profumi dell’orto di questi monaci lavoratori.

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