O così, o Nolano: quando disinformazione e allarmismo uccidono la parte sana dell’Agro

 

pomi NolanoOkdi Bianca Bianco

O così, o Pomì. L’azienda “padana” ha fatto infuriare e discutere il web acquistando le pagine di diversi quotidiani nazionali per ribadire la provenienza del proprio prodotto: solo pomodoro della Val Padana. La scelta di marketing ha scatenato la Rete. Alcuni vi hanno letto una presa di distanza razzista dai prodotti della Campania, il cui settore agroalimentare è stato investito dalle recenti (…) scoperte sui rifiuti sepolti. Sull’onda di notizie vere, ma anche di facili allarmismi e di giornalismo che cavalca l’onda della indignazione disinformata, la campagna mediatica di Pomì finisce nel calderone delle polemiche. In un clima di contrapposizione (tra “terrafuochisti” ed “antiterrafuochisti”, pro-Patriciello ed anti-Patriciello, sensazionalisti e moderati etc) sfugge però un dato molto banale. Continuare a fare (dis)informazione, a barricarsi dietro le proprie idee (talora confuse), a fare trincea (adesso pure tra pomodori del Nord e pomodori del Sud) non fa altro che danneggiare, e per davvero, i prodotti made in Campania.

Sostenere che il territorio campano è stato oltraggiato e vilipeso da decenni di malapolitica, camorra, connivenze e scelte di sviluppo errate, non è sbagliato. Sono anni che seguiamo e scriviamo la piccola e grande cronaca locale quindi siamo abituati a leggere e sentire di attività che hanno inquinato terre, mari, fiumi e laghi della nostra Regione. Siamo così assuefatti alla problematica ambientale che derubrichiamo la scoperta di una discarica a faccenda di paese e non sappiamo più indignarci per il piccolo gesto quotidiano di ordinaria inciviltà. Sostenere però, anche noi campani, che i nostri prodotti sono avvelenati, tutti, senza distinzione, è un falso madornale. Che proclamato da un cittadino sa di disinformazione e allarmismo, detto da un giornalista sa di stantio sensazionalismo.

Un sensazionalismo che non ci piace e ci danneggia. Danneggia anche la nostra area, questa area nolana che è stata aggredita e stuprata (e lo è ancora) da anni ed anni di politica disattenta e connivente, ma che conserva pure un settore agroalimentare vivace e buono, gestito da persone per bene. Alzarsi domattina e proclamare che tutta la terra (quella che si zappa) nolana è un verminaio, è una bara che ha accolto fusti tossici, è una mistificazione. Perché non è provata da dati, e quando è provata riguarda alcune zone e non tutte le campagne dell’Agro. E dire il falso non è solo reato o peccato, ma è anche un danno che a lungo termine ci faranno scontare sul mercato. In questo caso sul mercato agroalimentare.

Non parliamo per sentito dire, come molti di quelli che in questi giorni si sono messi a giocare con la nuova “pazziella”, il fusto tossico che va tanto di moda. Parliamo coi dati. Nell’Agro nolano il settore imprenditoriale legato ai prodotti della terra regge, sebbene tra enormi difficoltà. Lo dice il sindacalista Flai Cgil Nicola Ricci: “Le aziende che ancora resistono sul territorio nolano hanno alti standard qualitativi”. Falsificazioni, sofisticazioni alimentari, frodi etc sono casi sporadici, le aziende lavorano con prodotti controllati e la filiera è controllata. Nonostante i fallimenti, le chiusure di piccoli gioielli come Esplana Sud e le fini ingloriose (basti pensare al pastificio Russo), l’attività aziendale agroalimentare è ancora vivace. A soffrire è invece l’agricoltura (che ha perso in pochi anni il 16%), ma è una agricoltura per la maggior parte sana. La piana nolana è sempre stata la dispensa della Campania. Qui sono stati “mantenuti, meglio che in altre aree del Napoletano”, gli equilibrib territoriali che hanno consentito uno sviluppo delle atrtiità produttive agricole. E in questo territorio si producono molte delle derrate che affluiscono ai mercati del fresco napoletani e molte delle materie prime destinate alla trasformazione dell’industria conserviera dell’intera regione (“I sistemi agroalimentari e rurali in Campania. Filiere e territori” di Dario Cacace , Antonio Falessi , Giuseppe Marotta). Frutta secca, noci, nocciole, ciliegie, e tante varietà di ortaggi e frutta ci hanno reso terra felix. E anche se oggi subiamo la crisi e l’abbandono delle aziende familiari, c’è ancora chi come Ferrero, il marchio per eccellenza del cioccolato, si rifornisce dai nostri contadini.

Accanto alle produzioni ordinarie, esiste poi il prodotto d’elite. Come il ‘casomuscio’ del Vallo di Lauro, del quale sono rimasti solo due pastori a tenere in vita la produzione. Oppure il pregiatissimo (e costosissimo) fagiolo zolfino di Visciano, che ormai è coltivato da pochi, venduto a peso d’oro, ricercatissimo ma prodotto di nicchia, senza distribuzione. Ci sono i mulini che lavorano farine eccellenti e richiestissime e piccoli produttori di pasta trafilate. E c’è pure il vino, come quello dei Camaldoli di Nola. Sull’Eremo c’è l’unico vigneto sopravvissuto nell’Agro, produce falangina e pere e palomma.

Insomma, esiste e resiste il “Made in Nolano”, anche se non riesce ad ottenere un marchio (non ce l’ha fatta la nocciola di Rocca e Comiziano, non ce l’hanno fatta col salame di Mugnano) ed è una produzione che si fa spazio in un sistema in cui falsificazione e concorrenza estera sono dei veri killer. Eppure si muove. Per questo siamo tra quelli che invitano a ragionare, prima di inserire un interio territorio nell’elenco dei moribondi senza avere dati alla mano o dati poi smentiti.

Non ci nascondiamo dietro un dito. In questa terra di camorra i rifiuti, legali e illegali, sono arrivati e sono stati sepolti. Abbiamo discariche ancora da bonificare dopo decenni di lotte e dichiarazioni di pentiti che indicano luoghi e circostanze di loschi traffici. Far finire tutta la terra nolana nel fusto tossico delle polemiche, però, non è giusto e non è obiettivo.

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