Corteo no Expo, Milano conta i danni: vertice in Prefettura

MILANO – Il giorno dopo l’apertura di Expo, Milano si sveglia con l’amaro in bocca e fa i conti dei danni una manifestazione che ha ‘macchiato’ la bellezza di un’inaugurazione che per il premier Matteo Renzi doveva mostrare che “l’Italia s’è desta”. Le immagini della cerimonia poco si conciliano con quelle della piazza che ha manifestato contro l’Esposizione universale. In Prefettura a Milano è stato convocato il Comitato per l’ordine pubblico e per la sicurezza – l’incontro a porte chiuse è previsto alle 10 – per fare il punto dopo i danni provocati da antagonisti e black bloc. Si tratta di un incontro tra i massimi rappresentanti delle forze dell’ordine del capoluogo lombardo, padrone di casa il prefetto Francesco Paolo Tronca. I timori della vigilia sono stati confermati e i fotogrammi che restano del primo maggio sono soprattutto quelli di un manipolo di qualche centinaio di incappucciati e black bloc che ha trasformato il corteo pacifico in guerriglia urbana con danni economici e di immagine difficili da calcolare. Il bilancio è di vetrine di negozi devastate, ingressi di banche completamente distrutte, di decine di auto date alle fiamme o danneggiate, di una ‘battaglia’ che lascia ben evidente sui muri della città le frasi della protesta.

A fine giornata sono cinque gli arresti per resistenza aggravata. Sono tutti italiani tra i 27 e 42 anni, tra loro due donne, tutti sono anche indagati per lesioni, lancio di cose pericolose e oltraggio. Il numero dei feriti tra i manifestanti non è noto, 7 carabinieri lievemente feriti e 4 poliziotti contusi è invece il resoconto tra le forze dell’ordine. Un bollettino che racconta quasi nulla di una giornata in cui sono 400 i lacrimogeni sparati dalle forze dell’ordine per respingere sassaiole, lancio di fumogeni e bombe carta. Decine le telecamere distrutte lungo il percorso a impedire che possano riprendere i volti dei pochi devastatori non incappucciati. Contestatori di professione ben equipaggiati – tante le maschere antigas indossate per non respirare il fumo dei lacrimogeni – con mazze, martelli e spranghe che all’improvviso compaiono in un corteo colorato e pacifico che rappresenta più anime di un dissenso pacifico che viene oscurato da una violenza che non colpisce solo presunti luoghi del potere, ma danneggia alla cieca una città.

Il tema della sicurezza torna centrale: se dalla maggioranza delle forze politiche arriva la ferma condanna alla distruzione e il pieno sostegno a polizia e carabinieri c’è chi si interroga sulla gestione dell’ordine pubblico. E il segretario della Lega Matteo Salvini chiede le dimissioni del ministro dell’Interno Angelino Alfano.

Le forze dell’ordine sono ben presenti nelle strade che corrono in parallelo al corteo, capace di impedire l’accesso al centro storico con le barriere mobili come in via Correnti o semplicemente con transenne e uomini come a pochi passi dall’università Cattolica. Presenze ‘discrete’ che evitano il contatto con i manifestanti perché l’obiettivo è evitare feriti o che Milano sia la nuova Genova in una similitudine con il G8 evocato ripetutamente dalla vigilia dell’evento. I cittadini di Milano ripuliscono e urlano contro i violenti, una rabbia che esplode anche sui social.

La cronaca della giornata racconta di un corteo – almeno 15mila persone ‘armate’ di striscioni e volantini – con bandiere rosse o No Tav che percorre il primo tratto da piazza XXIV Maggio fino in via De Amicis senza incidenti, poi lo scenario cambia: da corso Magenta un manipolo di violenti si unisce al corteo.

Dai fumogeni si passa alla rabbia cieca contro le vetrine di via De Amicis, un cambio di passo che segna anche un vero cambio d’abiti. Passamontagna, sciarpe o maschera antigas a coprire il volto vengono indossati, dagli zaini appare l’arsenale – c’è anche un’ascia oltre a bastoni, spranghe e martelli – a cui si aggiungono le aste delle bandiere, le pietre o i cestini della spazzatura. I contestatori di professione si ‘travestono’ di nero: si parte da una vetrina Fineco, senza dimenticare un’agenzia di viaggi o prendere di mira le banche, simbolo di un capitalismo contro cui gli slogan si sprecano.

‘Non sarà un giorno di festa sarà un giorno di lotta’ l’urlo al megafono prima della partenza da presagio diventa certezza. Gli obiettivi sono poco originali: la sede dell’università Cattolica in via Carducci, la sede dell’Enel, le banche vengono colpite tutte.

Di vetrine non danneggiate se ne contano davvero poche. È a pochi passi da piazza Cadorna che la tensione sale e inizia un lancio di sassi contro gli agenti che rispondono con i lacrimogeni. Poi la rabbia si sposta anche contro le auto in sosta: alcune decine quelle bruciate o danneggiate. La colonna di fumo è ben visibile anche a distanza.

Lacrimogeni, lanci di oggetti e sassi ripetuti, corse lungo le strade ad evitare polizia e carabinieri che presidiano la zona è il racconto di una giornata che si conclude in zona Pagano. Sull’asfalto del lungo percorso restano sassi, felpe nere e cappucci sfilati in fretta per tornare in abiti civili, dopo una guerriglia urbana che di civile ha ben poco. (adnkronos)

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