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Parrocchie a braccia aperte: il vescovo di Nola Francesco Marino: “Basta eventi vuoti, servono relazioni vere”

NOLA (ads) – Una Chiesa che si interroga, che si ferma per ascoltare, che prova a guardare dentro se stessa e allo stesso tempo oltre i propri confini. È questa l’immagine che emerge dalla nuova lettera pastorale del vescovo di Nola, monsignor Francesco Marino, indirizzata alla comunità diocesana dopo il Convegno pastorale dell’11 e 12 settembre. Un testo lungo, articolato, che non si limita a offrire indicazioni operative, ma propone una visione: una Chiesa “radicata e fondata in Cristo, a braccia aperte sul territorio”. Il punto di partenza è un passaggio della Lettera ai Colossesi, che diventa chiave interpretativa dell’intero documento: “Camminate, dunque, nel Signore Gesù Cristo… ben radicati e fondati in lui, saldi nella fede… abbondando nell’azione di grazie” (Col 2, 6-7). Una frase che, scrive il vescovo, racchiude “una dinamica fondamentale della vita cristiana”, capace di tenere insieme stabilità e movimento, radicamento e apertura, identità e missione. “La Chiesa è autenticamente se stessa quando riesce a coniugare queste due dimensioni», afferma monsignor Marino, evitando “il rischio di un cristianesimo privo di radici” e, allo stesso tempo, “la deriva opposta di un cristianesimo così preoccupato di custodire le proprie forme da diventare incapace di uscire incontro alla storia”.

Il cuore della lettera è un invito chiaro: superare la pastorale delle attività per abbracciare la pastorale dei processi. Non basta organizzare eventi, moltiplicare appuntamenti, riempire calendari. Il vero discernimento – scrive il vescovo – consiste nel domandarsi “se ciò che facciamo aiuta davvero le persone a incontrare Cristo, a crescere nella comunione con Lui, a vivere relazioni fraterne e a diventare testimoni del Vangelo nella vita quotidiana”. Una comunità cristiana non può misurare la propria fecondità “sulla base del numero degli appuntamenti”, ma sulla capacità di generare “processi di fede, di conversione, di comunione e di missione”. Un’attività può finire senza lasciare traccia; un processo, invece, continua a produrre frutti nel tempo. Monsignor Marino richiama l’invito di papa Leone XIV ad “avere il coraggio dell’essenziale”. Significa custodire il nucleo vivo della fede, ma anche rinunciare a ciò che non è più fecondo: forme di pietà popolare svuotate di senso, celebrazioni eccessivamente concomitanti, raduni devozionali centrati su elementi pietistici o sensazionali e feste patronali trasformate in eventi mondani che sottraggono energie alla dimensione spirituale. È un invito a purificare, scegliere, concentrare le forze sulle priorità reali della missione. La lettera pastorale insiste su un punto decisivo: la fede deve diventare esistenza. Quando il contesto culturale non sostiene più la trasmissione della fede, occorre mostrare che il Vangelo è “una parola performativa”, capace di illuminare la vita reale: relazioni, famiglia, lavoro, solitudine, malattia, educazione, fragilità economiche, domande dei giovani, rivoluzione digitale, intelligenza artificiale. La domanda diventa allora: la nostra comunità è significativa per la vita delle persone?

“Cosa significa oggi essere parrocchia?” La risposta del vescovo è netta: non efficienza organizzativa, ma relazioni adulte e significative. Una parrocchia “a braccia aperte” è una comunità che accoglie, ascolta, accompagna. Non un ambiente riservato a chi già conosce le regole, ma una casa nella quale è possibile entrare e scoprire la bellezza della fede. Il territorio non è solo una mappa: è fatto di persone, famiglie, scuole, associazioni, povertà, luoghi di aggregazione. La domanda chiave diventa: Chi abita il nostro territorio e chi, invece, non stiamo più incontrando? Una parrocchia missionaria non si limita a chi frequenta: cerca chi è lontano, chi si è allontanato, chi non entra più nelle sue strutture. Il rinnovamento passa attraverso una corresponsabilità autentica, che non è distribuzione di compiti ma riconoscimento dei doni battesimali. Serve una formazione ampia: Scrittura, teologia, Dottrina sociale, cittadinanza, affettività, uso delle tecnologie, lettura della realtà contemporanea. Le piste indicate dal vescovo sono concrete: una mappa pastorale del territorio, un’équipe dell’accoglienza e dell’ascolto, spazi reali di partecipazione per i giovani, una pastorale familiare permanente, una carità integrata nella vita ordinaria e una formazione teologica organica e continua . La conclusione è un invito alla speranza: “Una Chiesa generativa è una Chiesa che non si limita a conservare, ma genera vita… non si limita a parlare ai propri membri, ma genera nuove possibilità di incontro con coloro che sono lontani” . Generare significa seminare senza vedere subito il risultato, investire nei giovani, accompagnare le famiglie, stare accanto ai poveri, formare laici capaci di assumere responsabilità nella Chiesa e nel mondo.

 

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