Funerali blindati per Giggino Graziano, presidi militari come ai tempi della faida

L'ex villa bunker dei Graziano

L’ex villa bunker dei Graziano

QUINDICI- Non sembra un funerale da capocosca quello di Luigi Salvatore Graziano, uno degli ultimi boss della malavita irpina, leader dell’omonimo clan di Quindici. Non c’è sfarzo nella cerimonia, né altro. C’è solo il dolore dei familiari per la scomparsa del congiunto. Ci sono le persone e non i camorristi. Come recita il Vangelo, si è tutti uguali dinanzi a Dio, trascurando ciò che si è fatto in terra. Forse è anche per questo motivo che sono stati autorizzati funerali in forma pubblica.
La particolarità delle esequie è nell’enorme spiegamento di forze dell’ordine, per ragioni di ordine pubblico e controllo del territorio.
La gente, quella c’era, a portare l’ultimo saluto a quello che forse è stato anche un uomo normale, per loro, ma che per le cronache è lo spietato autore della strage della donne, avvenuta a Lauro il ventisei maggio del 2002.
L’anziano boss, deceduto all’età di settantasei anni per un male incurabile, divenne noto a livello nazionale ed internazionale proprio per la sparatoria che portò alla morte di tre donne della famiglia Cava, il clan rivale dei Graziano. Un eccidio sanguinoso da inserire nella faida, la tremenda guerra per il territorio sorta tra i due gruppi criminali che ha portato negli ultimi trenta anni a oltre sessanta agguati, di cui la metà mortali. Le cronache nazionali si occuparono di lui, però, giusto due anni prima della strage, per l’episodio che fece denotare la sua caratura criminale. I nemici cercarono di sequestrarlo e lo fecero travestendosi da carabinieri. Non si fermarono davanti a nulla quella notte, tra il quattro e il cinque maggio del 2000. Nemmeno davanti ai veri carabinieri, chiamati dalla famiglia Graziano, sospettosa di questo blitz.
Una vita spesa nel crimine, quella di Luigi Salvatore Graziano, come si legge nei rapporti di polizia. Una vita da uomo di fiducia di Raffaele Graziano, il boss che si fece sindaco. Non solo la sua esistenza è stata dedicata agli «affari» di famiglia. Anche i figli hanno vissuto la stessa vita del genitore. Il primo, Eugenio, sindaco per pochi giorni prima di essere destituito perché camorrista, cadde in un’imboscata nemica nel 1991. Gli altri due figli, Adriano ed Antonio, in carcere con le accuse rispettivamente di associazione a delinquere e omicidio. I due non sono stati autorizzati a presenziare al funerale del padre.
Era da tempo che Quindici non si vedeva così blindata. Dai tempi nei quali la vendetta e la ritorsione tra i due clan erano all’ordine del giorno. C’era un po’ di tensione nell’aria, come si fosse tornati indietro nel tempo. Le forze dell’ordine rappresentano lo Stato di diritto, un presidio a tutela dell’ordine pubblico.
Ieri auto della polizia e dei carabinieri hanno stazionato dal primo pomeriggio per le strade principali – le esequie erano fissate per le 18.30 – fino alla prima serata, all’inumazione della salma al cimitero locale.
Posti di blocco erano posizionati su tutte le strade di accesso a Quindici. Le forze dell’ordine hanno verificato se qualche pregiudicato partecipasse alla cerimonia religiosa. Altri agenti, invece, hanno garantito il perfetto svolgimento del funerali. In maniera discreta, polizia e carabinieri hanno assistito alla cerimonia. Durante il rito, inevitabilmente, la memoria dei più è andata ai gravi fatti di cronaca che hanno costellato la vicenda locale per trent’anni. L’immagine conclusiva è quella che ha visto uno degli ultimi padrini di Quindici andare via, scortato dalle forze dell’ordine. Sperando che un capitolo sanguinoso della storia locale si sia chiuso per sempre.

(da Il Mattino)

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