domenica, Febbraio 25, 2024
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Giudizio Universale di Arienzo, il capolavoro eretico che pochi conoscono

ARIENZO (Nello Lauro – Il Mattino) – Un capolavoro per pochi intimi. Il “Giudizio Universale” nella chiesa di Sant’Andrea di Arienzo torna a far parlare di sé. Restaurato nell’anno giubilare 2000 per volere del sacerdote mecenate Francesco Perrotta è il protagonista assoluto del libro “Il Giudizio Universale di Arienzo e l’arte di sensibilità valdesiana in Italia” firmato dallo storico dell’arte napoletano Rosario Pinto e corredato dalle foto del casertano Gigino Nostrale. Il testo ha riacceso i riflettori su un dipinto della prima metà del 1500, tanto suggestivo quanto sconosciuto.

Concepito e realizzato da mano anonima, per sfuggire probabilmente alle feroci attenzioni dell’Inquisizione, è un misto di arte, cultura, simbolismo e religione con l’eresia del teologo spagnolo Juan De Valdes. Rapisce da subito l’occhio: la mano dell’autore introduce e accompagna in un mondo che abbiamo letto e immaginato nelle Sacre Scritture. Dall’arcangelo della giustizia, al giudizio di Dio passando per il Purgatorio delle anime. I personaggi raffigurati sembrano prendere vita con una particolarità non da poco: sulla parete opposta c’è un altro affresco con le “opere della Misericordia”. I due dipinti si “parlano” in un continuo e suggestivo rimbalzo di simboli e messaggi.  Un affresco anche “scandaloso” per l’epoca perché in una relazione del “santo visitatore” (l’ispettore ecclesiastico) si parla “di donne vestite in modo vergognoso con parti che invece di fomentare la devozione, eccitano alla libidine” tanto da ordinare ai governatori della Cappella del Santissimo Sacramento “che le immagini a scendere dalla metà in giù fossero imbiancate o rifatte.

Tutto da fare nel giro di 10 giorni pena la scomunica e una multa di 300 libre di cera (90 quintali)”, come quella comminata al Giudizio di Michelangelo nella Cappella Sistina. Una vicenda datata 1583, anno in cui per la prima volta è “apparso” l’affresco della Valle di Suessola influenzato dal pensiero eretico diffuso nei primi anni del ‘500 da De Valdes attraverso, per esempio, la figura dell’arcangelo Michele che regge la bilancia che soppesa le anime vicino all’iscrizione “Iustitia Dei” e che spiega come per i valdesiani solo la fede giustifica mentre le opere non hanno nessuna influenza nella salvezza dell’uomo.

“In questa prospettiva nessuna punizione, ma opportunità di misericordia resa possibile dalla giustificazione per fede” scrive Rosario Pinto a proposito delle teorie dell’umanista scappato dalla Spagna per sfuggire all’Inquisizione che gli aveva perseguitato il padre e il fratello e messo al rogo lo zio. Un’opera con risvolti ancora da scoprire all’interno di una chiesa che contiene una Madonna del Latte chiamata così perché le gocce di latte che partono dal seno vanno a “rinfrescare” le anime del Purgatorio, una cripta che introduce ad un ossario nelle cui arcate venivano accatastate in perfetto ordine le ossa dei defunti, una terra santa e gli scolatoi, ipogei usati come camera di decomposizione dei morti.  Un concentrato di arte e religione fuori dai grandi circuiti turistici in cerca di una nuova luce. Arienzo val bene una messa.

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