giovedì, Febbraio 22, 2024
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Tramortito e poi bruciato vivo: arrestati l’ex moglie e il suo compagno

Era tramortito ma ancora in vita Domenicantonio Vellega quando la ex moglie e il suo nuovo compagno, la sera del 3 marzo 2022, dopo averlo ferito, l’hanno riposto in un’auto poi data alle fiamme: è la raccapricciante scoperta fatta dai carabinieri di Castello di Cisterna nel corso delle indagini, coordinate dalla Procura di Nola, che hanno portato all’arresto di M. M. e F. M., rispettivamente di 39 e 51 anni, ora entrambi accusati di omicidio aggravato.

Le due fasi del brutale assassinio, secondo quanto accertato dagli investigatori, sono avvenute tra Acerra e Marigliano. Ad Acerra, in via Torricelli, venne trovata infatti la Fiat 600 con all’interno il cadavere carbonizzato di Vellega. L’uomo venne invece tramortito invece a casa della donna, a Marigliano, dove viveva con il complice, il suo compagno. Le indagini dei militari hanno consentito anche di escludere l’iniziale ipotesi di suicidio. I due indagati sono stati chiusi nelle carceri di Napoli Poggioreale e Pozzuoli.

LE INDAGINI – Una pistola che durante la prima perquisizione a casa della vittima non c’era e i sediolini anteriori dell’auto in cui venne trovato il cadavere carbonizzato entrambi reclinati: sono alcuni degli indizi che hanno portato i carabinieri di Castello di Cisterna e la Procura di Nola a ritenere che Domenicantonio Vellega non si fosse suicidato.

I militari dell’arma, in particolare, non hanno trovato una ragione plausibile che potesse spiegare il motivo per il quale la vittima avrebbe dovuto reclinarli entrambi mentre è sembrato molto più plausibile invece che Vellega fosse stato trasportato da una seconda persona in uno stato di semi incoscienza sul sedile passeggero reclinato nel luogo dove è stato poi trovato e poi riposizionato su quello del lato guida, anche questo reclinato, prima di appiccare le fiamme e simulare un suicidio.

Per quanto riguarda la pistola, invece, è stata una telefonata della ex moglie a suscitare i dubbi degli investigatori: nel primo accesso dei militari a casa della vittima, l’arma non venne trovata. La donna però era sotto intercettazione ed è stato il tenore delle sue affermazioni (cose se fosse a conoscenza, parlando al futuro, che poteva essere ritrovata) a convincere gli investigatori che qualcuno si era introdotto in un secondo momento nell’abitazione di Vellega per nascondere l’arma, poi trovata in un borsello insieme con proiettili, caricatore e cellulare, sistemato in un mobile della cucina. Tutto con l’obiettivo di indurre gli inquirenti a ritenere che la vittima fosse un malvivente.

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