di Francesca R. Lauro
Diretto da Michael Showalter e tratto dall’omonimo bestseller di Colleen Hoover, “Verity” porta sul grande schermo un thriller psicologico inquietante, sensuale e morbosamente ambiguo. Il film esplora il confine incerto tra realtà e finzione, ponendo una domanda fondamentale: a chi è davvero possibile credere quando la verità diventa soltanto una questione di prospettiva? La storia segue Lowen Ashleigh (Dakota Johnson), una scrittrice affetta da un blocco creativo e in gravi difficoltà economiche. Lowen accetta un’offerta di lavoro tanto vantaggiosa quanto inquietante: completare la celebre serie di romanzi di Verity Crawford (Anne Hathaway), un’autrice rimasta gravemente debilitata e incapace di comunicare dopo un terribile incidente d’auto. Per svolgere l’incarico, Lowen si trasferisce nella residenza isolata della famiglia Crawford, dove vive Jeremy (Josh Hartnett), il marito di Verity, un uomo affascinante e segnato dal dolore. Tra le carte dello studio, la scrittrice si imbatte in un manoscritto autobiografico inedito di Verity, contenente confessioni agghiaccianti sulla sua vita intima, sulla maternità e sulle tragedie che hanno devastato la famiglia. Il punto di forza dell’opera risiede nella capacità di trasformare la scrittura in uno strumento di manipolazione. Il manoscritto ritrovato riscrive il passato e altera il presente, lasciando aperto un dubbio inquietante: si tratta di una confessione sincera o di una messinscena costruita ad arte? Più Lowen cerca risposte, più rimane intrappolata in una ragnatela di sospetti, nella quale diventa sempre più difficile distinguere le vittime dai responsabili. L’efficacia del film si regge anche su un trio di attori straordinario. Dakota Johnson interpreta con sensibilità la trasformazione di Lowen, da osservatrice esterna a pedina fondamentale e sempre più manipolabile del puzzle familiare. Anne Hathaway è il perno magnetico del mistero: la sua Verity prende forma attraverso le pagine del manoscritto e i racconti altrui, sottraendosi a ogni interpretazione univoca. Josh Hartnett dona equilibrio al personaggio di Jeremy, muovendosi con misura in un rapporto con Lowen che alimenta una costante instabilità emotiva. La regia di Michael Showalter mantiene alta la tensione fino a un finale spietato, che riserva le ultime sorprese a ridosso dei titoli di coda. Grazie anche alla partecipazione di Colleen Hoover e Anne Hathaway in veste di produttrici, il film conserva l’essenza del romanzo e le sue ambiguità, facendo ricredere anche chi, come me, nutriva qualche riserva sulla capacità di Hoover di spaziare tra generi diversi. “Verity” si posiziona così, a mio giudizio, tra i thriller psicologici più interessanti usciti in sala quest’anno. Un’opera matura e travolgente, con tutte le carte in regola per diventare un cult del genere e un possibile protagonista della stagione dei premi, fino a entrare nella conversazione in vista degli Oscar 2027.






