venerdì, Marzo 1, 2024
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Il boss Nino pianse dopo la strage di Cimitile: il racconto di Marcello Di Domenico sulla morte di Felice ‘o Comunista

Marcello Di Domenico
Marcello Di Domenico

CIMITILE- Il boss Alfonso Nino andò a piangere da Filippo Iazzetta chiedendo perdono per la strage di Cimitile. Lo racconta il pentito Marcello Di Domenico, rivale dei Nino per il predominio sugli affari dell’area nolana che proprio per l’omicidio dell’amico fraterno Felice Napolitano ‘o comunista, avvenuta nel maggio del 2003, avrebbe voluto vendicarsi uccidendo il capoclan rivale.

Di Domenico, collaboratore di giustizia dal 2011, sebbene a fasi alterne a causa dei rimorsi e delle pressioni dell’ambiente familiare, racconta ai magistrati dell’Antimafia cosa accadde dopo l’uccisione di Felice Napolitano a cui i sicari inviati da Nino spararono davanti un noto bar del paese colpendo a morte anche Luigi Guadagno. Per quegli omicidi solo l’altro giorno sono stati eseguiti, dopo 11 anni, gli arresti dello stesso Nino, di Nicola Luongo, Marco Assegnati e Domenico La Montagna.

 

IL TRADIMENTO– L’omicidio era maturato nell’ambito della lotta tra Nino e Di Domenico-Moccia per la gestione degli affari illeciti- soprattutto le estorsioni- nell’area nolana. I Nino in particolare erano preoccupati della ingerenza sempre più forte del clan Moccia, storico alleato dei “marciulliani” di Nola (i Di Domenico). Secondo quanto ricostruito, il comunista era a capo di un gruppo camorrista che operava tra Cimitile, Cicciano, Camposano e Roccarainola che inizialmente affiancava i Nino. In seguito ci sarebbe stato il voltafaccia e l’alleanza con Di Domenico e Moccia. Alfonso Nino decise insieme ai La Montagna di Caivano di liberarsi del ‘traditore’ facendolo trucidare dal gruppo di fuoco.

 

IL PENTIMENTO– Ma dopo quel duplice omicidio il boss si pentì amaramente, capendo che sarebbe stato punito per avere fatto ammazzare un amico di Di Domenico alleato con Filippo Iazzetta, marito di Teresa Moccia. Proprio da Iazzetta andò a cospargersi il capo di cenere- racconta Di Domenico: “Nino si recò da Iazzetta e si mise a piangere. Disse che aveva sbagliato ad ammazzare Felice e disse che se volevano potevano ucciderlo”. Non fu ucciso. In seguito, incontrando in carcere lo stesso Di Domenico, lo avvicina e gli confida: “Ho sbagliato ad uccidere Felice Napolitano, ma l’ho fatto perché voleva tradirti”. Una scusa a cui Di Domenico non crede, detta per evitare la morte. Nessuno in ogni caso si vendicherà per l’omicidio del ‘comunista’.  Alfonso Nino è stato arrestato dopo 11 anni per quei fatti, incastrato dalle dichiarazioni di Di Domenico e di altri collaboratori di giustizia.

 

LA VITTIMA– A margine dei colloqui tra Marcello Di Domenico ed il magistrati, l’ex boss di Nola racconta un episodio cruento che vede ancora protagonista Nino Alfonso e fa capire il clima di terrore e la faida in corso nei primi anni del Duemila tra i sodalizi che si spartivano il Nolano e volevano il totale assoggettamento dell’area a scapito dei rivali. Di Domenico narra del sequestro e dell’assassioni di “Raffilino”, presunto spacciatore di Roccarainola, fatto catturare da Nino e La Montagna e torturato con violente percosse per ottenere delle informazioni. Il ragazzo fu pestato a sangue per ore, poi decise di parlare: “Basta, vi dico quello che so”. Ma a quel punto Nino lo strangolò con una corda e poi distrusse il corpo.

 

 

 

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