ROMA (alads – amda) – Ci sono cure che non finiscono quando una porta di casa si chiude. Cominciano, semmai, altrove: in una stanza di RSA, in una telefonata alla struttura, in una visita dopo il lavoro, in una spesa da pagare, in una decisione da prendere per un padre o una madre che non sono più autosufficienti. Perché assistere un familiare fragile non significa soltanto occuparsi della sua salute. Significa dividere il proprio tempo tra lavoro, famiglia, responsabilità e preoccupazioni. E spesso anche fare i conti con costi che possono diventare difficili da sostenere. Proprio su questo terreno arriva un nuovo chiarimento dell’Agenzia delle Entrate, con la risposta a interpello numero 163 del 2026, che interviene sull’utilizzo del welfare aziendale per le spese sostenute in favore dei familiari ospitati in una Residenza sanitaria assistenziale. Il caso esaminato riguarda un lavoratore che utilizzava il proprio piano di welfare aziendale per ottenere il rimborso delle spese sostenute per la madre, ospitata stabilmente in una Rsa. Il punto centrale della questione era il requisito della convivenza, modificato nel 2025 e diventato particolarmente rilevante per quelle famiglie nelle quali il genitore non autosufficiente vive in una struttura assistenziale. La domanda posta all’Amministrazione finanziaria era quindi molto concreta: la mancata convivenza tra il lavoratore e il familiare ospitato in Rsa impedisce di usufruire del beneficio fiscale? Il chiarimento arriva con il decreto legislativo 7 agosto 2026, numero 148, che modifica nuovamente la disciplina. Il requisito della convivenza, secondo quanto riportato nel testo, non è richiesto quando la norma fiscale richiama genericamente i familiari individuati dall’articolo 12 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi (Tuir). La conseguenza è rilevante per chi sostiene economicamente l’assistenza di un genitore. Un figlio che affronta le spese per un familiare ospitato in Rsa può utilizzare il welfare aziendale anche senza convivere con lui, nel rispetto delle condizioni previste dalla normativa. La modifica, inoltre, trova applicazione a partire dal periodo d’imposta 2025, consentendo di superare le difficoltà determinate dalla precedente disciplina. Dietro una norma fiscale, però, ci sono storie molto meno astratte. Ci sono figli che escono dall’ufficio e raggiungono una Rsa. Ci sono telefonate, visite, documenti, rapporti con medici e strutture, spese da sostenere e decisioni da prendere. La distanza fisica tra una casa e una Rsa non cancella il legame familiare e non riduce necessariamente il peso della responsabilità. È anche per questo che il welfare aziendale può assumere un significato che va oltre il semplice vantaggio economico. Può diventare uno strumento capace di intercettare una parte di quel lavoro di cura che spesso rimane invisibile e che ricade soprattutto sulle famiglie. Il chiarimento, tuttavia, non significa che tutte le spese siano automaticamente esenti. Restano da rispettare le condizioni previste dalla normativa fiscale, le regole del piano di welfare aziendale e gli obblighi di documentazione. Occorre inoltre verificare che la prestazione rientri tra quelle ammesse al rimborso. La questione non riguarda soltanto il fisco. Riguarda il rapporto tra lavoro e famiglia, l’invecchiamento della popolazione, la non autosufficienza e la capacità del sistema di accompagnare chi si prende cura di una persona fragile. Perché quando un genitore entra in una Rsa, la responsabilità non entra con lui in una stanza e non resta dentro quelle mura. Continua a viaggiare con i figli, nei loro orari di lavoro, nelle loro giornate, nelle loro preoccupazioni e nei loro conti. E anche un sostegno fiscale, in queste situazioni, può diventare qualcosa di più di un numero su una busta paga: può essere un piccolo aiuto a chi, ogni giorno, continua a prendersi cura di qualcuno.
Welfare aziendale, niente più obbligo di convivenza per le spese della Rsa: una svolta per chi assiste i genitori






