Facebook a pagamento. E coccodrilli nella metropolitana di New York

di Bianca Bianco

Le catene di Sant’Antonio su facebook sono molto più fastidiose, irritanti, di quelle che un tempo imbarbarivano la nostra cassetta delle lettere. Ve le ricordate? Spedisci questa lettera a dieci persone o ti capiterà questo, quello e mariastello. Ricordo che i miei genitori si arrabbiavano molto quando le ricevevano. Sono felice allora che i miei genitori non abbiano un account su Facebook, perché così possono risparmiarsi il nuovo degradante orizzonte raggiunto dalla catena di Sant’Antonio: “Condividi se non…”.

Ho letto cose turche, in questi anni di permanenza sul social network. Da “Condividi il volto di Gesù bambino sulla tua bacheca se non vuoi prenderti l’influenza durante la settimana al mare” a “Condividi, se hai coraggio, questa foto di cane sfregiato. Ma tanto non lo farai, perché come altri sei un insensibbbile”. E via discorrendo in una serie malsana, insopportabile e ridicola serie di “Condividi se” che di solito, per quanto mi riguarda, blocco direttamente depennando il condividente dalle mie amicizie (visto che non posso semplicemente strappare la lettera e minacciare il postino).

C’è una forma di catena però che mi manda veramente in visibilio (si fa per dire). Vi spiego quale e perché. Mi riferisco a quelle frasi copincollate che attribuiscono a Facebook ogni sorta di tentativo di penetrare nei nostri più intimi segreti. Ignorando che siamo noi stessi, con la nostra iscrizione, a metterli in piazza quegli intimi segreti, pubblicando le foto più disparate. Dal raduno di ex alunni del seminario all’orgia.

Di solito questi stati da condividere cominciano così: “ATTENZIONE: Facebook ora è un ente pubblico. Tutti i suoi membri sono invitati a pubblicare una nota come questa; Se si preferisce, è possibile copiare e incollare questa dichiarazione. Se non la pubblichi almeno una volta, tacitamente si permette a Facebook l’utilizzo di elementi quali foto e le informazioni contenute nel tuo profilo e gli aggiornamenti di stato. Grazie! Nell’interesse di tutti.” E il bello è che li pubblicano anche avvocati, ai quali vorrei chiedere da quando per tutelare la propria privacy basti un post su un social network e quando, eventualmente, si potrà fare causa con un poke. Sottacendo del fatto che facebook si sia magicamente trasformato in ente pubblico.

Il tormentone del momento però è un altro: Facebook si paga. Il messaggio, rigorosamente in maiuscolo, recita: FACEBOOK HA APPENA PUBBLICATO IL SUO PREZZO DI ADESIONE. 5, 99 EURO AL MESE PER I SERVIZI DI MEMBRI ORO. GRATUITA SE SI COPIA E INCOLLA QUESTO MESSAGGIO PRIMA DELLA MEZZANOTTE DI OGGI. QUANDO ACCEDI DOMANI MATTINA VERRÀ RICHIESTO L’INFO PER IL PAGAMENTO”.

Ecco, cosa rispondere agli amici (ancora non bannati) che hanno copincollato questo status tra un link demenziale e l’altro? Suggeriamo qualche risposta:

1)      Se facebook diventasse a pagamento Zuckerberg non sarebbe così idiota da permetterci di sfuggire con un semplice copincolla.

2)      Se si va sulla pagina in cui ci si registra o si immettono i dati per accedere, si legge da quando è nato o quasi “E’ gratis e lo è da sempre”. E non è un messaggio criptato della massoneria.

3)      Se davvero si pagasse perderebbe almeno il 70% dei suoi utenti. A che pro mettere una tariffa visti gli introiti della pubblicità?

4)      Se davvero fosse diventato a pagamento, non credete che ce lo comunicherebbe impedendoci l’accesso e chiedendo gli estremi della carta di credito?

Io davvero, certe volte, voglio credere alla buona fede, e persino all’autoironia, di chi incolla questi messaggi. Quando invece mi accorgo che sono messaggi seri mi viene da pensare “Se Zuckerberg fosse pagato per numero di illusi sul proprio social network, non avrebbe più bisogno dei nostri mi piace”.

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