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Otto marzo: quanto è (ancora) difficile essere donna

Essere donna nel 2017, tra vecchi pregiudizi e futuro. In occasione della festa della donna, ilgiornalelocale.it approfondisce questo tema delicato e complesso con la dottoressa Mariarosaria Alfieri, presidente di “Criminalt”. A lei abbiamo posto alcune domande.

Quanto è cambiata la condizione femminile negli ultimi anni e cosa c’è ancora da fare in tema di pari opportunità?

Da moglie -madre, a regina del focolare domestico a donna in carriera, questa l’immagine della donna che oggi si ha nella società contemporanea. Sicuramente negli ultimi anni le cose sono cambiate moltissimo ma in tema di pari opportunità ritengo che siamo ancora molto lontani. Viviamo in una società altamente discriminante, che va avanti velocemente e che ci lascia senza gli anticorpi giusti per affrontare i repentini cambiamenti.  L’Hic et nunc, l’effimiero, le apparenze sembrano essere diventati i nuovi valori. In questo panorama si situa la donna di oggi. Una donna cresciuta con l’idea dell’emancipazione, ma alla quale la società non ha dato quegli strumenti giusti affinchè una effettiva parità ed emancipazione ci fosse per davvero. La figura della donna attualmente è legata a quella della violenza. Ma violenza non è solo l’omicidio efferato: violenza è massacrare l’ex moglie e buttarla viva in un cassonetto, soffocare l’amante incinta di nove mesi e seppellirla mentre respira ancora, dare un passaggio all’ex fidanzata e farla violentare da otto amici per due giorni, picchiare la moglie davanti ai figli, convincere che il suicidio sia il minore dei mali, bastonare perché hai messo i jeans. Segregare, umiliare, costringere, esercitare la forza delle mani e la brutalità delle parole. Sparare, soffocare con un cuscino. Usare un corpo e sbarazzarsene. Violenza è non poter indossare la minigonna di sera in metropolitana, perché ti violentano. Violenza è dover sopportare gli apprezzamenti e le richieste sessuali di un capo perché altrimenti ti licenzia. Violenza è essere sfigurata nel volto dall’acido perché il tuo sposo ritiene che la dote non sia adeguata. Violenza è essere apprezzata solo perché hai un bel paio di gambe. Violenza è il non poter esprimere il tuo pensiero perché sei donna e devi stare solo in bella mostra sui cartelloni pubblicitari”. 

Lei parla di violenza come “mentalità'” cosa fare allora, affinché’ ci possa essere un cambiamento?

La violenza di genere cosi come la subordinazione della donna in ambito familiare, lavorativo sociale deriva sicuramente da un retaggio culturale di stampo maschilista e patriarcale molto forte. Il cambiamento deve partire singolarmente da ognuno di noi per poi allargarsi all’intero tessuto sociale. Bisogna educare e rieducare le singole persone al rispetto per l’altro .Quando parlo di singole persone non intendo solo gli uomini, il problema è molto ampio e se lo analizziamo solo dividendo i buoni dai cattivi non arriveremo mai ad una soluzione definitiva. Si consideri che da ultime ricerche effettuate, nel mondo virtuale le peggiori nemiche delle donne sono le donne stesse. Proprio da queste ultime arrivano i maggiori insulti alle colleghe di sesso femminile“.

In base alla sua esperienza di criminologa e di operatrice nel sociale, la donna nella società attuale è tutelata? 

“Assolutamente no. Se ti violentano te la sei cercata, se ti minacciano o fanno stalking è perché sei troppo in vista, se fai un figlio sei fuori dal mondo del lavoro,se hai un compagno violento e lo denunci devi poi tornare nella stessa casa insieme a quello stesso compagno che hai denunciato. Se dopo aver avuto un bambino cerchi di lavorare non hai alcun tipo di assistenza e/o aiuto. Se fai politica è giusto perchè c’è l’obbligo delle quote rosa. Del resto il mobbing, ovvero l’insieme di  violenze subite in ambito lavorativo  oggi in Italia ha una percentuale altissima nei confronti delle donne. Questo il panorama…Essere tutelate in questa società sembra ormai essere una chimera”.

Quale futuro?

“Siamo sicuramente in un momento di transizione sociale. Ognuno di noi sembra aver perso il proprio ruolo, la propria identità. Il progresso tecnologico fa il suo corso e anche velocemente, certo non possiamo arrestarlo, né isolarci da ciò. Abbiamo però il dovere sociale e morale di ritrovare noi stessi e le nostre relazioni con gli altri. Dobbiamo riscoprire la bellezza della parola “Empatia” e forse dovremmo anche tornare a guardarci negli occhi”.


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